Calamarata zucca, cipolle, pancetta e nocciole senza glutine, perché “IL GUSTO è UN DIRITTO!”

(In questo post: pasta senza glutine zucca, cipolla, pancetta e nocciole)
 

Ormai sono una super star! E’ ufficiale!

E’ ovvio che, mio malgrado, sono una star… lacrimevole!
Una di quelle che fa audience grazie alla lacrima, che neanche Raffaella Carrà, Giletti e Maria De Filippi messi tutti insieme!
Il Giletti della situazione, è ovvio, il grande Emidio Mansi, ufficialmente il responsabile commerciale della Garofalo…
Ma come si fa a non emozionarsi dinanzi a cotanta pasta? Sì, P A S T A sì, ma senza glutine!
E come si fa a non emozionarsi di fronte alle parole toccanti di Emidio: “Noi abbiamo fortemente voluto una pasta in cui il celiaco non sia lo sfigato di turno, col piatto a parte”…
Accompagnata dalle mie compagne di avventura, le grandi Alessandra Raravis e Gaia (la celiaca), che con un aplomb da vere madame inglesi, hanno presentato le due paste che la Garofalo ha fatto assaggiare agli astanti. Poi, è toccato a me… E io che dovevo fare? Non mi restava che piangere, of course! 
In ogni caso il calore del salone, dello staff della Garofalo, delle food blogger presenti, ma anche di quelle assenti che ci hanno guardato in streaming, degli amici che ci sono venuti a trovare, hanno riscaldato un clima, per noi siciliani, a dir poco glaciale! Siamo partiti lasciando 28°C e siamo arrivati, trovandone 6°C. Ma Torino è bella davvero, talmente bella che neanche i 6 gradi ci hanno potuto fermare dall’apprezzarla. 
In più ho trovato un’attenzione particolare verso i celiaci, che non mi aspettavo affatto. Al Salone del Gusto ho trovato diversi stand che garantivano il senza glutine, e i locali dove siamo andati erano tutti attrezzati. Perfino un fast slow food, mi ha preparato un panino da urlo (Mac Bun).
Solo una piccola amarezza, dovuta a chi critica noi food blogger di essere bassa manovalanza a gratis, per giunta senza arte e né parte. E’ vero, i food blogger non sono giornalisti, non sono esperti di cibo e neanche professionisti del settore, ma mettono tanta passione in quello che fanno e sono felici di partecipare a questi eventi per il solo gusto di sapere di più, di conoscere di più, di arricchirsi di belle esperienze. Nello stand della Garofalo/Gente del Fud, dove una moltitudine di blogger si sono avvicendati, c’erano comunque i veri professionisti: tutto il team al completo, due chef che hanno cucinato, tante persone competenti che hanno “lavorato” per la Garofalo. Noi abbiamo fatto il nostro lavoro di blogger, abbiamo messo la nostra passione e la nostra minima esperienza al servizio della gente, per far conoscere il buon cibo e tanto ci basta. Effettivamente, ora che ci penso, visto che non ho né arte e né parte, perché non mi pagano quanto la Parodi per pubblicizzare cibo mediocre… ho sbagliato tutto nella vita!
 
Vi lascio con una ricetta fatta con la pasta Garofalo senza glutine, che trovate, insieme alle due paste fatte al salone del gusto, sul sito della Garofalo.
 

 

Pasta con zucca, pancetta e cipolla rossa

420 gr di calamarata
500 gr di polpa di zucca (al netto)
125 gr di pancetta affumicata
3 cipolle
nocciole piemontesi
olio evo

 sale

Togliete la buccia alla zucca e tagliatela a cubetti. Tagliate anche le cipolle a fettine e soffriggete due cipolle con un poco d’olio. Appena saranno dorate, aggiungete anche la zucca e fate dorare. Quindi aggiungete un po’ d’acqua, il sale e fate cuocere, con un coperchio, fino a quando la zucca sarà morbida, ma
non sfatta.

A parte, in una padella capiente, fate dorare la pancetta, senza aggiungere nessun grasso. Quindi mettete da parte. Nel grasso rilasciato dalla pancetta, aggiungete la terza cipolla, tagliata a fette spesse e fate dorare. Quindi aggiungete la zucca,
preparata precedentemente, e amalgamate con cura.

 

Nel frattempo fate lessare la pasta e scolatela piuttosto al dente, non deve cuocere più di 5 minuti, e la aggiungete al condimento con un po’ di acqua della sua cottura. Saltate brevemente per fare insaporire. Fate tostare le nocciole tritate e spolverizzate sopra ogni piatto.

 

Suggerimenti:
– cuocendo in questa maniera, la pasta senza glutine non si scuoce;
– provate questo condimento perché è davvero ottimo!

A presto
Stefania Oliveri

Pane del sabato con farine naturalmente senza glutine

(In questo post: pane dolce del sabato con marmellata di fichi e mandorle e noci pecan e non è un challah!)
 
Stavolta ho coinvolto anche mia madre. 
Ma come si fa, a far
diventare dei salsicciotti, un impasto così? Mission impossible, persino per Tom
Cruise!
 
Avrei dovuto insospettirmi quando nel sito, da cui ho preso la
ricetta, diceva di mettere l’impasto in una forma da plumcake o a ciambella…
E avrei dovuto insospettirmi, anche, quando ho visto che le uova
richieste per questo impasto, erano addirittura 6, contro le due dell’altro…
Ma io non sono sospettosa di natura e, fiduciosa, mi sono lanciata.
Metto tutti gli ingredienti nel Bimby e faccio andare per alcuni
minuti, e quando vedo che la palla si forma, lo fermo, vittoriosa! “stavolta
non dovrò aggiungere altra farina…”
 
Ovviamente, così non fu. 

Per fortuna esistono le mamme, che arrivano sempre al momento giusto,
salvandomi da un’invasione di farina, peggiore della volta scorsa, o dall’impasto
spiaccicato dappertutto, nel vano tentativo di prendere un po’ di farina senza
il valido supporto di un pargolo n.3…

A parte la solita benedizione con l’olio, che mia mamma, non capendo
come dovesse usare l’oliera per aiutarmi nell’arduo compito di ungere la teglia
(“’sti aggeggi moderni che c’hai sempre tu!” sottotitolato “biiiiiip, ma che
bip di aggeggi usi? Ma non ti bastava una bottiglia tradizionale di olio,
anziché uno spruzzatore per profumi?”). In ogni caso, me la sono cavata solo
con un poco di olio sparso qui e là per la cucina … e oltre…
Ora, se non bastasse tutto questo, stavolta ho voluto essere
filologicamente irreprensibile… Cioè perché cospargere i salsiccioti di ripieno
per veder trasformare la treccia in un mostro, in un’altra cosa? E
allora li ho spianati, come voleva la ricetta tradizionale di Eleonora. Anche qui
l’aiuto della mamma è stato fondamentale. Ha spalmato lei i salsiccioti
distesi… Solo che lei è, diciamo così, abbondanziosa… E la marmellata, forse,
era un po’ troppa… e ho avuto qualche difficoltà nel richiudere il ripieno dentro il
salsicciotto disteso… Anche le noci pecan, schiacciate sapientemente dalle dolci manine della mia mamma, sicuramente non hanno aiutato…  Però,
con orgoglio, stavolta la treccia c’è, il condimento è all’interno (quasi tutto)
e il pane dolce è stato infornato, sfornato e mangiato tutto!
 
 
Solo una piccola precisazione o forse due.
Stavolta ho usato le farina naturalmente senza glutine, anche
perché è arrivato un chilo di xantano (grazie Massimo!) che, adesso, ha da essere consumato!
Solo che, al mio solito, mi sono distratta un attimo, per cui
invece di usare 200 grammi di farina di tapioca (super leggerissima), ho usato
200 grammi di farina di quinoa…
Temendo di aver compromesso del tutto il risultato,
fortunatamente, sono riuscita ad eliminare 150 grammi di farina di quinoa e a
sostituirla con 150 grammi di farina di tapioca. Ora io mi chiedo se l’apporto
della farina di quinoa non abbia compromesso il risultato (non del tutto, ma
non so nemmeno come era la versione senza), o se non sia stato il fatto di aver
aggiunto altri 150 grammi abbondanti di farina di riso nell’impasto, per
permettermi di fare i salsicciotti e di distenderli pure…
Se non vi siete confusi con tutte queste misure, vi dico solo
che il pane era buono, molto buono il sapore, ma la consistenza non era quella
della volta scorsa in cui il pane sapeva di brioche.
Stavolta la consistenza era più di panbrioche, cioè meno
morbido, più vicino ad un plumcake per intenderci…
E così mi rimane il dubbio su che sapore e consistenza in realtà dovrebbe avere
questo pane dolce del sabato, cioè se debba assomigliare di più ad una brioche
siciliana o a un panbrioche lombardo…
Fatto sta, che la sera stessa è finito tutto e che quindi mi
toccherà rifarlo per capire qual è la consistenza giusta e  vera di questa pietanza!
 
Pane dolce del sabato (da una ricetta presa da qui)
 
Ingredienti
100 grammi (1/2 tazza) di acqua calda
1 cucchiaio colmo di lievito secco
2 cucchiai di zucchero
4 cucchiai di miele (io di agrumi di Sicilia)
454 grammi di farina GF (questo è il miglior mix per questa ricetta: 151 gr farina di riso integrale superfine, 101 grammi farina di riso bianco superficie, 202 grammi di farina di tapioca) (Io ho approssimato: 150 gr farina di riso integrale, 100 gr farina di riso bianca, 50 gr di farina di quinoa, 150 gr di
farina di tapioca)
+
altri 150 gr di farina di riso bianca superfine (che però se fate in uno stampo a cassetta, non dovete usare)
2 cucchiaini di sale
1,5 cucchiaino di gomma xantano (scarso, ma io l’ho messo abbondante, vista la
farina aggiunta)
4 uova grandi più 2 tuorli d’uovo, temperatura ambiente e 1 uovo intero per
spennellare prima della cottura
60
grammi (1/3 di tazza) di olio d’oliva evo dal sapore delicato
¼
cucchiaino di vaniglia
semi
di girasole e semi di lino per la guarnizione
Per
il ripieno:
Noci
pecan
 
Mescolate
il lievito con l’acqua tiepida e lo zucchero e lasciare per circa 5-10 minuti
fino a quando non diventa spumoso. Aggiungere il miele al  composto di lievito e mescolare
accuratamente. Mettere da parte.
Nella
ciotola di un mixer (io nel Bimby), pesare le farine insieme. Aggiungere il
sale e gomma di xantano e mescolare velocità 1 per circa 15 secondi.
Aggiungere
4 uova intere più 2 tuorli d’uovo e mescolare con l’olio, in un piccolo contenitore a parte. Aggiungere quindi sia la miscela di lievito che il composto di uova, nella ciotola del Bimby. Mescolare con la modalità spiga fino
a quando la farina è totalmente incorporata agli ingredienti umidi, raschiando
i lati del mixer per raccogliere tutta la farina e  mescolare un altro minuto. Il composto sarà
molto appiccicoso, a questo punto. Mettere in un recipiente oliato per far lievitare, per circa due ore in un luogo caldo (be’ qui ci sono ancora 28
gradi, più caldo di così…) o fino al raddoppio. A questo punto io volevo mescolarlo di nuovo per formare i salsiccioti, ma mi sono resa conto che non avrei mai potuto se non con la bacchetta magica (e notare la finezza, non ho
invocato lo Spirito Santo!)
Ho
quindi rilavorato aggiungendo la farina di riso a poco a poco, ma credo che ci siano
voluti almeno altri 150 grammi di farina…
A questo punto ho formato i salsicciotti, li ho stesi con un mattarello, abbiamo
riempito con la marmellata di fichi alle mandorle e le noci pecan.
 
Ho richiuso
i salsicciotti e, sebben ancora abbastanza morbidi, sono riuscita a fare una
treccia… Ho spennelato con l’uovo battuto, ho cosparso con i semi.
Ho
infornato dopo aver fatto lievitare ancora fino al raddoppio, in forno caldo a
180° e stavolta, per cuocere, ha voluto 20 minuti abbondanti. Lasciare
raffreddare prima di conservare.
Suggerimenti:

come vi dicevo, la consistenza, stavolta era del tutto diversa, più corposa. Ne
ho salvato un pezzetto per l’indomani per vedere come reggeva, dopo averlo
chiuso in un sacchetto per alimenti, in maniera quasi ermetica. Il pane si è
indurito leggermente, ma era ancora buonissimo. L’ho anche riscaldato sulla
piastra e, devo dire, che l’ho preferito non riscaldato.

Con questa dose, oltre alla treccia, ho anche fatto delle brioches, mi pare, ne
siano venute 8.

La marmellata è la stessa che faccio ogni anno, grazie all’albero di fichi di
mia suocera e il cui procedimento potete trovare qui.E con questa ricetta, ovviamente, partecipo all’MTC di questo meseA presto
Stefania Oliveri

Torta di mandorle … in tandem

Nel blog di Gianni c’è l’imbarazzo della scelta.
Sono tornata più volte a spulciare le sue ricette e ogni volta ne trovavo una
che volevo provare. Poi sono approdata a questo post e la dolcezza delle sue
parole, mi hanno convinta, che questa era proprio la ricetta che dovevo
scegliere per il The Recipe-tionist… evidentemente ho una sorta di
corrispondenza di amorosi sensi per le stesse ricette con Una Stella fra i fornelli… Cioè, è il secondo mese che scegliamo la stessa ricetta… Se non è
telepatia questa? Esattamente come succede ogni giorno con mia mamma con
l’abbigliamento. Se, per caso, un giorno, voglio fare l’originale a tutti i
costi e decido di indossare viola e arancione, potete star certi che anche lei
ha scelto gli stessi colori…
Ma la cosa più buffa di tutte è successa al mio
matrimonio civile. Mia mamma e mia suocera avevano entrambe un tailleur color
arancio, mio fratello e mio cognato avevano entrambi, pantalone blu, camicia
azzurra, giacca a quadretti azzurra, gialla e beige e la cravatta regimental
gialla e azzurra. E, colmo dei colmi, la mia testimone ed io eravamo vestite
entrambe di bianco… solo che io avevo i pantaloni e lei un vestito e
scambiavano lei per la sposa…

In ogni caso, la scelta fatta è vincente, la torta
è strepitosa e i miei figli mi hanno chiesta di rifarla subito.

Una differenza c’è, però, anche se non si vede… La
mia è senza glutine, of course!

P.s. Ho fatto mezza dose perché avevo solo due
albumi, avanzati dalla preparazione del mio ultimo (ma solo in ordine di tempo)
pane del sabato! 😉
Io vi metto la dose di Gianni, perché la torta non
è da dimezzare ma da raddoppiare!

Torta di mandorle di Gianni


INGREDIENTI
100 g di mandorle macinate
(io farina di mandorle)
100 g di zucchero
50 g di farina 00 (io
fecola di patate)
50 g di burro
4 uova (solo l’albume)
Mezza bustina di lievito
per dolci
Zucchero a velo
Ho montato gli albumi a neve ferma. Io, per agevolare il
processo, aggiungo anche lo zucchero, tanto ho usato la farina di mandorle e quindi
non ho dovuto tritare le mandorle con lo zucchero.
Hosciolto il burro al
microonde (circa un minuto a 600).
Quindi ho aggiunto la fecola,
la farina di mandorle, il burro (raffreddato) ed il lievito ed ho amalgamato
bene il tutto.
Ho versato in una teglia
piccola (forma a ciambella) e ho infornato in forno già in temperatura a 170°C ventilato
per 30 minuti.
Lasciare raffreddare
quindi spolverare con lo zucchero a velo e, volendo, decorare con mandorle
intere fissandole con del miele.
Un libidine.
Suggerimenti:
–    – attenzione allo zucchero a velo, perché può contenere farina, quindi
comprate quella che contiene maizena;
– anche per la fecola
dovete fare attenzione, se la usate per i celiaci, perché non deve essere
contaminata.

Ultim’ora: quando ho scritto il post non sapevo che Stella avesse cambiato ricetta. Sappiate solo che comunque avevamo scelto la stessa! 😀

Con questa ricetta partecipo al The Recipe-tionist di ottobre

A presto
Stefania Oliveri

Datteri farciti di mandorle all’acqua ai fiori di arancio, perché, finalmente è venerdì!

 
(In questo post: datteri farciti di mandorle all’acqua di fiori d’arancio)
Finalmente, puntuale, una volta a settimana, il venerdì
arriva! Il giorno più bello!
Tutta la settimana mi trascino stancamente, in vista di
questo unico, meraviglioso, memorabile, indimenticabile giorno.
Mi alzo presto, ma non prestissimo, per preparare i pargoli
e faccio colazione insieme a loro, ma poi me la prendo comoda perché a scuola
entro alle 10… Mi faccio lo shampoo, e tutti i pensieri, sembrano andare via…
Mi vesto pensando che solo tre ore mi separano dalla
libertà.
Arrivo a scuola con un sorriso da ebete. Felice, saluto
tutti.
Quelle tre ore di lavoro, non mi pesano affatto, perché so
che sono le uniche tre ore che mi separano da una lunga libertà.
Insomma, Leopardi aveva il suo sabato del villaggio e io ho
il mio venerdì della scuola… Ad ognuno il suo giorno…
E però, questo non significa che io non arrivi al venerdì
stremata…
Solo che fino a qualche tempo fa non si vedeva che ero
davvero stremata…
Ho cominciato a dare i primi segni l’anno scorso, quando
ogni veenrdì, puntualmente sbagliavo classe, pur controllando il mio orario…
E puntalmente, cercavo la classe in un posto in cui non
poteva essere…
E puntualmente sguinzagliavo i bidelli alla ricerca dei miei
alunni, che “quei disgraziati non sono entrati, ne sono sicura!”
Puntualmente mi rendevo conto che la mia presunta classe,
aveva educazione fisica, quindi si trovava in palestra e io dovevo andare da
un’altra parte…
Questo, tutte le settimane!
Così, anche quest’anno non ha fatto eccezione.
Venerdì scorso, sono entrata nella classe sbagliata, as
usual!
La classe, però, stavolta c’era e c’era anche la collega di
italiano…
Mi rendo conto di avere sbagliato. Di nuovo!
Controllo l’orario, di nuovo, e vedo di aver scambiato il
venerdì per giovedì…
Mi scuso e faccio per andare via, quando una alunna, mi
chiede: “prof.? Che ha combinato?”
E io: “ho sbagliato orario!” rispondendo all’ovvio…
E lei: “no, prof., non solo…”
Tre enormi punti interrogativi si dipingono sul mio viso.
Non capisco… forse non ho sbagliato?
“Prof.”, continua lei, “va bene che lei è sempre alla moda,
ma il golf si mette con l’etichetta verso l’interno!”
No, non ci posso credere! Mi giro lentamente a controllare,
non voglio vedere, non voglio sapere…
Trovo un’etichettona, poco discreta, che sbandiera
allegramente la sua molteplice faccia bianca sul mio fianco…
Ma è venerdì, il mio meraviglioso, magico venerdì e niente
può farmi arrabbiare, scoppio a ridere e me ne vado!

 

 
 
 
 
Datteri
farciti di mandorle all’acqua di fiori d’arancio (
da Cluadia Roden, La cucina
del medio oriente e del nord Africa)
(Io ho fatto metà dose)
250 g di datteri essiccati (ma morbidi)
90 g di mandorle macinate
50 g zucchero (io ho usato quello a velo)
2 cucchiai scarsi di acqua di fiori d’arancio o di rosa
 
Mettere in una terrina la farina di mandorle, lo zucchero e l’acqua di fiori d’arancio.
Mescolare fino ad ottenere un impasto compatto, come quello della pasta frolla.
Incidere i datteri e levare il nocciolo. Formare delle palline, con il composto di mandorle, e inserirle all’interno dei datteri.
Niente di più facile e semplice!
 
Suggerimenti:
– ricetta rigorosamente senza glutine, ma se usate lo zucchero a velo comprato, state attenti che non contenga farina, ma solo maizena;
– io l’ho provata anche con l’acqua di rose. Il gusto rimane più delicato, ma sono ottime entrambe le versioni.
 
 
Con
questa semplicissima, ma gustosissima ricetta, partecipo al contest  di Ema di Arricciaspiccia… ma non sarà l’unica
con la quale parteciperò!
 

 

Polpette… di riso riciclato!

Non posso!
Non posso e non voglio!
Non voglio far finta di niente.
Venerdì è stata spezzata una vita per mano dell’ennesimo “uomo” che professava amore…
Io non la conoscevo. Ma non per questo non sono straziata. Palermo è grande, ma non abbastanza…
Alcuni amici miei conoscevano bene chi il padre, chi la madre, chi le ragazze… ma questo non acuisce il mio dolore. Un dolore grande, grandissimo…
Non oso immaginare il dolore dei familiari. Non oso, non posso. Perché se solo cerco di vestirne i panni, sento che il cuore si spezza…
Era una brava ragazza… Ma non si toccano nemmeno le cattive ragazze…
Stasera una fiaccolata per lei, per fermare le violenze contro le donne…

Poche parole, perché di più, oggi, non posso.
Polpette di risotto alla zucca con panatura di corn flakes
Idea di riciclo di un risotto rimasto.
Risotto alla zucca rimasto, fatto come qui, ma senza il pesce
1 uovo
parmigiano
corn flakes (io Sarchio senza glutine)
Mescolare l’uovo al risotto rimasto e aggiungere del parmigiano. Formare con le mani delle palline e poi schiacciarle. Quindi passarle nei corn flakes leggermente pestati.
Infornare a 180° per circa 15 minuti.

Suggerimenti:
-ideali come finger food per una cena a buffet;
-ideali per una cena per festeggiare Halloween

Con questa ricetta partecipo al contest di La Ginestra e il mare “A tasche vuote e pancia piena”

A presto
Stefania Oliveri

Pane dolce del sabato senza glutine con curd al melograno e lemon cure

 
(In questo post: pane dolce del sabato – non un challah – con lemon curd e con pomegranate curd, ovvero curd al melograno, melograno e semi di cardamomo)
 
 
Sfida sulla
cucina ebraica, questo mese.
E chi la
conosceva?
A Palermo
c’è solo un vago ricordo del quartiere ebraico (ridotto al vicolo Mesquita) e
non c’è traccia di nessuna cultura a tal riguardo… La loro cacciata, nel 1492,
fu definitiva…
E però, sugli ebrei, ne ho sentito parlare presto, merito forse dei miei insegnati e il
primo libro che lessi sulla loro tragica vicenda, è stato quello di Anna Frank.
Avevo forse 9 anni e mi segnò indelebilmente. Diversi anni dopo, quando
frequentavo l’università, feci l’Erasmus ad Amsterdam e la prima cosa che volli
visitare, fu proprio la casa di Anna Frank…
Da allora, ho
letto molti altri libri, sicuramente meno famosi, ma non per questo meno
intensi e meno toccanti. L’ultimo, “Il bambino col pigiama a righe”, che forse
perché i protagonisti sono due bambini, mi fece versare fiumi e fiumi di
lacrime, perfino al cinema quando portai i miei alunni a vedere il film, nella
benedetta giornata della memoria. Sì, benedetta, perché, perfino il mio pargolo
n.1, il più superficiale dei tre, al ritorno a casa dalla visione del film, era
tutto sconvolto, e per la prima volta mi disse: “dimmi che non è mai successo
veramente!”
Suscitò
talmente scalpore nella mia famiglia che parlammo per giorni di questo film,
tanto da incuriosire anche il pargolo n. 3, ancora davvero troppo piccolo, a
voler vedere a tutti i costi questo film. Io lo accontentai, stimolando, forse
un po’ troppo, la fantasia del pargolo, che mi fece chiamare addirittura dalla
maestra… e, anche, questa è storia!
Tre anni fa,
poi, ho accompagnato i miei alunni a Praga per la gita scolastica di fine
d’anno. A Praga c’è un quartiere ebro meraviglioso con tre sinagoghe bellissime
e struggenti, che riportano la testimonianza di quegli anni terribili vissuti
dagli ebrei. Il solo vedere i nomi di tutti gli ebrei morti affrescare tutte le
pareti (altissime) della sinagoga, dà i brividi.
Poco
lontano da una di queste sinagoghe, poi, c’è anche l’antico cimitero ebraico,
un luogo incantato e magico, dove ancora si respira l’aria pesante della
tragedia, ma dove si avverte anche la speranza, grazie alle pietre lasciate
sulle tombe, in segno di preghiera…
Ma la
visita al campo di concentramento di Terezin è la tappa che proprio non deve
mancare se passate da Praga. Vedere i luoghi dove migliaia di ebrei vennero torturati, dove “vissero” fino alla morte e dove furono ammazzati in maniera barbara, è stato
davvero una esperienza che ti segna per la vita e che è giusto che ognuno di
noi faccia, soprattutto da quando i negazionisti asseriscono che non è mai successo
niente…
In ogni caso, da cristiana, so bene chi sono gli ebrei, so benissimo che è il popolo prediletto da Dio…
E, però, non conoscevo la loro cucina. Mai fatto una ricetta ebraica. Mai, nemmeno,
assaggiato una pietanza ebraica… Così, questo mese, il mio viaggio in questa
cultura si amplia con questo pane dolce del sabato, toccando uno degli aspetti
fondamentali, per conoscere un popolo: la sua cucina!
 
Ma adesso
parliamo della ricetta…
Come tutti
i lievitati, sono la bestia nera di noi celiaci. Sempre a rincorrere un sapore
perduto, una fragranza impossibile, una freschezza dimenticata…
Ovviamente
non fa eccezione nemmeno il pane dolce del sabato … e per la verità nemmeno quello
del venerdì, del giovedì e così via scendendo verso l’inizio della settimana.
Insomma il
nostro pane, non è il vostro pane, perché sebbene venga buonissimo, dopo
qualche ora diventa immangiabile…
Ora, so che la sfida non consiste nel fare il lievitato in sé, che con la ricetta di
Eleonora viene buonissimo e col glutine, basta saperci fare (ma ci sono fior fiori di trattati al riguardo) e viene perfetto. Ma per me, per noi celiaci, la sfida sta tutta lì, nel riprodurre un lievitato col glutine, senza glutine!
Perché, per fare un lievitato che si rispetti (almeno nelle prime ore della sua vita) le regole da seguire sono totalmente diverse.
Innanzi tutto i liquidi! I liquidi devono essere maggiori, anzi devono essere talmente tanti da rendere quasi impossibile la lavorazione dei lievitati. Perché, se i
liquidi sono in quantità inferiore, e quindi l’impasto risulterà bello
malleabile come quello glutinoso, appena cotto sarà duro come una pietra e
quindi anche le prime ore della sua vita saranno compromesse irrimediabilmente.
Secondo
problema, non affatto secondario, è che NON c’è il glutine. Il glutine rende
tutto elastico, morbido, lavorabile. Se non avete mai avuto la doppia
esperienza non potete capire di cosa parlo, ma quando, dopo ben 14 anni, ho
ritoccato un impasto col glutine, a casa dell’adorabile EliFla (un impasto di
Michel Roux, ma seppure fosse stato di vattelapesca sarebbe stato migliore di
quello senza glutine), ho avuto un’esperienza quasi mistica nel lavorare un
impasto così flessibile da ritornare indietro anche dopo steso. E mentre
stendevo, lanciavo gridolini di giubilo, con occhi esterrefatti e increduli, tanto
da suscitare negli astanti, perplessi, dubbi sulla mia sanità mentale (qualora
non ce ne fossero già stati).
Va da sé,
che la sfida nella sfida, per noi celiaci è stata proprio questa. E sebbene nonmi senta di rappresentare tutta la categoria, nello sforzo di far venire benequesto lievitato, ho messo in secondo piano l’aspetto esteriore e soprattutto
l’interno, che, invece, nella sfida, era la cosa da curare maggiormente.
Quindiniente effetti speciali, così come ogni volta che si propone una ricetta in cui la farina la fa da padrona, ma la soddisfazione di avercela fatta … nonostantetutto.
Devoringraziare innanzi tutto Simonetta per aver tentato per prima questa ricetta e avermi dato la spinta a partecipare, e le ragazze di Un cuore di farina senza glutine, pioniere del senza glutine, ormai ad altissimi livelli,  per i preziosi consigli sulle farine
dietoterapiche, che potete trovare tutti nel loro meraviglioso e preziosomlibro. E devo ringraziare Eleonora in particolare, per avermi lanciato in questa avventura che non finirà più!
Adesso non mi resta che dirvi come ho fatto, sperando che qualche celiaco italiano, magarianche ebreo, possa avvantaggiarsi da questa mia esperienza.
 
 
Pane dolce del
sabato (e non chiamatelo challah!)
Ingredienti:
300 gr di farina senza glutine: Simonetta ha usato il Mix
B di Schaer, io invece ho usato quello di Felix e Cappera con l’aggiunta della
farina Bezgluten:
140 gr Farmo,
60 gr Pandea,
50 gr  Bezgluten,
50 Agluten  piú
quella per spolverare il piano di lavoro (circa altri 150 gr di farina Farmo)
2 uova medie
30 gr di zucchero
1 bustina di lievito secco (7 gr)
40 gr di olio
200 ml di acqua tiepida (37 gradi)
1 uovo per spennellare
semi di cardamomo
Lemon curd e pomagranete curd all’olio
melograno
 
 
Sciogliere il lievito in 50 ml d’acqua tiepida con un
cucchiaino di zucchero e attendere 10 minuti per far attivare il lievito.
Bellissimo vedere formare la schiumetta, un’esperienza quasi mistica come
quella dell’impasto glutinoso! 😉
In una ciotola grande (io l’ho fatto nel Bimby) mescolare
le uova con lo zucchero rapidamente, giusto per amalgamare i due ingredienti, e
poi unire il sale e l’olio.
Versare nel composto il lievito e mescolare. Unire poco
alla volta le miscele di farina, alternandola con l’acqua rimanente.
Quando si ottiene un impasto morbido che si stacca dalla
ciotola (e qui che ho aggiunto il resto della farina, perché rimaneva sempre
troppo molliccio e appiccicoso), si può lavorare con la mani. Quindi trasferitelo
su un piano di lavoro infarinato e impastatelo a mano per qualche minuto ancora.
Formate una palla, ungere una ciotola con un po’ d’olio, far rotolare l’impasto
dentro la ciotola in modo che si unga d’olio, copritelo con una pellicola e
fate lievitare in un luogo tiepido.
 
Nel frattempo, se vi siete fatti aiutare da un pargolo n. 3
come il mio, ripulite la cucina dalla farina sparsa dappertutto e dall’olio,
versato a profusione (forse preso da un momento mistico anche lui e compunto a
tal punto dalla sacralità del gesto, da 
voler ungere ogni cosa a tiro?)
Nel frattempo, dicevo, preparate il lemon curd all’olio e
il pomegranate curd. Su quello al limone vi rimando qui per la ricetta. E’
molto noto, è buonissimo ed io ho usato la versione all’olio della mitica
Alessandra, proprio perché dovevano evitarsi tutti i latticini.
Per la versione al melograno vi rimando più sotto, ed è
una mia personalissima ricetta e realizzazione… Sfido chiunque a trovarne una
simile nell’etere!
 
Pomegranate
curd
Niente di
più libidinoso!
30 gr di
melassa si melograno
2 tuorli e 2 uova intere
1 cucchiaio di maizena
200 g di zucchero
1 cucchiaio di olio extravergine di
oliva.
 
Io l’ho fatta con il Bimby, in
questa maniera: Mettere tutti gli ingredienti insieme nel Bimby e azionare per
7 minuti, velocità 3 ad temperatura 80.
Spalmare sui rotolini solo quando è
freddo!
 
Quando duplica il volume, più o meno dopo un’ora (ma molto
dipende dalla temperatura dell’ambiente, quindi controllate ogni mezz’ora)
trasferire nuovamente l’impasto sul piano di lavoro infarinato lavorarlo con le
mani ancora per un paio di minuti e poi formare tre rotoli non troppo sottili e
intrecciarli tra loro, schiacciare bene i capi della treccia e piegarli sotto
la forma di pane, mentre si intrecciano i tre rotoli compattarli di tanto in
tanto stringendo da treccia ai lati con le mani.
Io, per paura di sgonfiare l’impasto, non l’ho steso… Ho spalmato
le creme sull’impasto, poi ho cosparso con i grani di melograno fresco, e poi
ho fatto le trecce. Ora, a dirla tutta, e come si vede bene dalle foto, il
concetto di treccia per me è relativo… ma devo essere stata un elefante in
un’altra vita e mi deve essere rimasta la sua manualità! In ogni caso, la crema
sparsa sopra, non ha agevolato il processo…
Mi sono venute due pani intrecciati e tre brioche (per il
pargolo che non mangia i ripieni…)
 
Ho adagiato le “creature” su una placca, unta, leggermente,
di olio e ho fatto lievitare ancora per almeno mezz’ora, 40 minuti.
Durante la lievitazione, non avevo tenuto conto del fatto
che crescessero così tanto, così alla fine si sono quasi unite le due trecce…
forse in uno slancio di afflato fraterno, o forse per regalarmi l’esperienza
picassiana della creazione…
Stando al post di Simonetta, sebbene sia un impasto senza
glutine, questa seconda lievitazione è necessaria.
Ho spennellato con l’uovo leggermente sbattuto la
superficie del pane e spolverizzato con semi di cardamomo (forse pochi, ma ci
sono…)
 
 
Cuocete in forno caldo a 200 gradi per 20 minuti circa,
quando la superficie è dorata.  Io ho fatto
cuocere a 190° per 10 minuti, perché poi la superficie si era scurita e mi sono
preoccupata che si bruciasse! Ma in realtà, è stato sufficiente.
E’ pronto quando dandogli dei colpetti sul retro si sente
un rumore sordo. 
 
Suggerimenti:
– il pane è venuto morbidissimo, della consistenza di una
brioche siciliana…
– il
quantitativo, forse, sarebbe stato sufficiente per qualche altra brioche, ma il
sapore, da crudo, è talmente buono, che ne ho mangiato una quantità
stratosferica (ma voi non fatelo);
–  conservatelo
avvolto in una pellicola o in freezer tagliato a fette; 
– il
pomegranate curd è molto dolce, e va benissimo per un impasto piuttosto neutro
come questo, ma se volete usarlo per una torta già zuccherata, diminuite la
quantità di zucchero almeno di 50 gr.;
– infine,
il colore del curd al melograno è questo e assomiglia un po’ al caramello,
anche al gusto, ma se volete un colore che si avvicini maggiormente al colore
dei grani, mettete un pizzico di colorante…
–        
Con questa
ricetta partecipo all’MTC di questo mese
 
A presto
Stefania Oliveri

Rifatte senza glutine: pasta coi peperoni

Sabato mattina, ore 9, corso di Cake Design.
Ci ritroviamo in 20, tutte donne, di fasce d’età variabili.
Ci sediamo una accanto all’altra e io sono tra la giovanissima e bellissima Marilena e due simpatiche ragazze sconosciute.
Comincia il corso e la docente, una signora un po’ più grande di me (ma lo dico solo perché ha detto che ha pure dei nipoti, figli di suo figlio, ed io, con tutta la buona volontà, non sarei ancora nell’età di avere nipoti, non ai giorni nostri, quanto meno…), esordisce subito dicendoci “datemi del tu!”
Ovviamente il clima è molto gradevole, di grande collaborazione, lavoriamo tutte alacramente. In questo clima così gradevole, è ovvio che “mi passi questo?” “TI serve quest’altro”, “secondo TE va bene?” è d’obbligo… Fino a quando mi accorgo che invece, le altre, mi danno del LEI. La prima, la seconda e anche la terza volta. Allora non è uno sbaglio. Mi stanno proprio dando del LEI!!!! 
Mi faccio coraggio e propongo un TU amicale e mi presento: “Stefania”…
Non passano nemmeno due minuti e rivengo apostrofata con il LEI…
Insisto “datemi del TU”.
Niente, proprio non ce la fanno. E scopro con maggiore orrore che si impegnano anche a darmi del TU, ma che proprio viene loro difficile, tanto da costringerle a fare dei giri di parole interminabili per evitare frasi in cui possa esserci un soggetto TU e il relativo verbo coniugato…
Mi arrendo. Capisco, e non insisto più… E decido anche: il sabato mattina devo riposare di più! 
Niente di più adeguato di questa giornata per fare un pensierino di rifacimento… ma non vi preoccupate, io rifaccio solo i piatti, per la faccia ho perso le speranze!
Peperoni?
Sì, peperoni!
Perché qui ancora si trovano.
E però questa pasta è stata mangiata a luglio e da allora, i miei pargoli, la vogliono rifatta almeno una volta a settimana. 
E perché la pubblico solo ora?
Perché ricominciamo. 
Oggi è il 15 e come ogni mese, tocca ad una “sglutinata” e questo mese tocca ad una ricetta della bravissima Elena

Pasta coi peperoni (rifatta, una volta tanto quasi uguale!)
Ingredienti per 5 persone:
500 gr di pasta senza glutine (io Rigatoni della Biaglut)
2 spicchi di aglio (omessi per il dolce doppio)
½ cipolla bianca
2 peperoni rossi,

2 pomodori medi maturi (altrimenti una scatola di polpa di pomodoro o pomodoro pelato fatto a pezzi)
1 confezione di panna da cucina  (“nel 2012 queste sono senza glutine: yochef Parmalat e Chef Leggera Parmalat”) o panna liquida fesca (“quella da montare naturale, senza nessuna aggiunta di zucchero”) oppure latte

un ciuffo di basilico
sale, pepe e olió evo q.b.

Prima di tutto sbollentare in acqua calda i pomodori per 5 minuti e privarli di semi e buccia. In una padella antiaderente fare soffriggere, in un filo di olio, la cipolla tagliata; aggiungere i peperoni tagliati a pezzettini e procedere con la cottura a fuoco medio. A metà cottura aggiungere i pomodori fatti a pezzi e far cuocere per circa 10 minuti. Passare tutto al passa pomodoro o centrifugare con il Minipimer. Verrà fuori una crema. Aggiungere la panna liquida e il basilico tritato, mettendone da parte un po’ per guarnire i piatti alla fine. Se si sceglie di usare il latte servirà un cucchiaio raso di amido di mais o di riso setacciato con un piccolo colino per addensare la salsa.
Salare e pepare.
Cuocere la pasta e farla saltare nel sughetto.
E con questa ricetta partecipo alle Rifatte senza glutine, e qui potete trovare tutte le informazioni!
A presto 
Stefania Oliveri

Pollo croccante… e lo sciopero!

(In questo post, pollo croccante al forno con corn flakes )
Io sciopero!
Oggi sciopero!
Lo so a cosa state pensando, “gli insegnanti non lavorano abbastanza e vogliono sempre di più!” 
Vero, non lavoriamo abbastanza da quando la scuola è diventata un’azienda, da quando si fanno i progetti, che tengono sempre i soliti due/tre, che lavorano poco dentro le classi e molto per fare i progetti…
Ma chi ha figli adolescenti, o anche figli piccoli, sa bene cosa significhi passare 4 o 5 ore con loro… Sa quanto stancante sia e sa benissimo, quanto sia difficile, in quelle 4 o 5 ore tenerli impegnati cercando di insegnare loro qualcosa… E secondo voi, è più facile farlo con 25/30 ragazzi chiusi tutti in una stanza (ancora caldissima qui da noi)?
E parlo con cognizione di causa.
Il lavoro di insegnante non è stato il mio primo e unico lavoro.
Io ho lavorato all’università. Sì, per 5 brevi anni, ho fatto il lavoro più bello al mondo, ho fatto ricerca all’Università. Quello sì, che è un bellissimo lavoro! Ben remunerato, moltissimi vantaggi, orario flessibile, tanto riconoscimento sociale e chi vuole seguire, segue, gli altri fuori dalla porta e non sono fatti dell’insegnante. Per carità, non privo di “fatica”, ma ben ricompensata, sia economicamente, che socialmente, che personalmente.
Ho anche lavorato in una ditta privata, in ufficio. Gli orari, ovviamente rigidi, il lavoro, per carità, pesante, ma l’impegno mentale sicuramente poco presente. Cioè, un attimo di distrazione, te lo puoi permettere, una sosta caffè, quando ti serve, te la puoi permettere, un chiacchierata, anche veloce, con una collega, te la puoi permettere… Insomma non casca il mondo se ti distrai. Poi finisce il tuo orario di lavoro, torni a casa e chiudi con l’ufficio… 
Ho anche lavorato alle elementari, come insegnante. Un inferno! Bambini da interessare, far giocare, far studiare e da tenere a bada contemporaneamente… Stipendio pietoso, impegno eccessivo, responsabilità a go go! Insomma, secondo il mio modesto pare, le maestre dovrebbero prendere lo stipendio dei professori universitari e viceversa…
Questo è il motivo per cui, alla fine, ho scelto di insegnare al superiore… almeno si può parlare e i ragazzi, quasi capiscono… Ma, ripeto, chi ha figli adolescenti, sa che non è sempre così facile avere a che fare con loro… E sebbene io abbia scoperto da poco, da altri fonti, di essere una prof molto amata (e qui, ovviamente, gongolo un poco!), non è fatica da poco!
Ma torniamo allo sciopero. Perché sciopero? 
Perché credo che sia assolutamente controproducente (soprattutto per i ragazzi) che l’età lavorativa degli insegnanti venga allungata. Se, cioè, un calciatore o una hostess sono già vecchi a 40 anni, cosa ne pensate di un insegnate di 65? Io che già a 44 sono usurata totalmente?
Perché dal 2009 non rinnovano il nostro contratto (e questo significa che mentre tutto aumenta il nostro stipendio diminuisce). Mentre lo stipendio della donna delle pulizie è aumentato, eccome!
Perché non mi sembra giusto che lo Stato, ogni anno licenzi migliaia di precari e li riassuma tre mesi dopo (quando va bene, lasciando per lungo tempo gli alunni senza insegnanti) per non pagare le ferie, mentre obbliga i privati ad assumere, dopo il secondo rinnovo di contratto.
Perché non trovo giusto che porti a 24 ore settimanale di lezioni frontali (perché le altre le facciamo a casa, preparando compiti, correggendo compiti, facendo programmazioni) con lo stesso stipendio, cosa che, fra l’altro, butterà per strada precari storici, che lavorano a scuola da 20 anni e ancora non sono entrati di ruolo.
E perché non sono d’accordo all’azzeramento di tutto questo lavoro di precariato con un colpo di spugna di concorso, che metterà alla stessa stregua giovani appena laureati e persone di 40 anni, che da anni lavorano a scuola, e solo perché lo Stato non rispetta una legge fatta per i privati, non sono docenti a tempo indeterminato…
E sciopero per molto altro ancora. Sciopero per avere una dignità, per dire che non sono d’accordo e per insegnare ai miei figli e ai miei alunni che le conquiste si devono pagare. Sciopero perché credo, profondamente, nella democrazia, perché nonostante tutto, voglio credere, che chi mi governa, abbia a cuore la mia opinione e possa ravvedersi, e non sia guidato da meri parametri economici.
Sciopero perché non voglio credere che, il mio Stato, si comporti come la famosa Maria Antonietta, che sperperando a destra e a manca, mentre il popolo puzzava di fame, disse “non hanno pane, dategli le brioches”…
Sciopero perché credo ancora in un futuro nella mia terra, che parte dal lavoro, e da un lavoro dignitoso che ti permetta di vivere e non di sopravvivere o addirittura di non vivere…
Sciopero per assicurare un mondo migliore ai giovani, perché quello che gli consegneremo non sarà opera mia, visto che io sciopero!

 La ricetta di oggi è moooolto semplice. Niente di più facile e da fare proprio quando si arriva a casa, trafelati, dopo un’intensa mattinata a scuola…

Pollo con panatura di corn flakes
Ingredienti:
petti di pollo (meglio se sovracosce, ma è la parte più grassa) tagliati a pezzi
yougurt bianco
curry
sale
corn flakes (io della Sarchio)

Lasciate pure a marinare il pollo con lo yogurt , il curry e il sale, anche per un paio di ore o per tutta la mattina (o tutta la notte). Quindi spezzettate un po’ di corn flakes (ma non riduceteli in polvere) e impanate il pollo, sgocciolato. Quindi sistemate il pollo in una teglia e cuocete in forno a 180°, per circa mezz’ora o fino a quando non vi sembra pronto.
Servite con questa salsetta. Sarà divino!
Suggerimenti:
– i corn flakes, sebbene di mais, sono con il glutine, quindi, per un celiaco, comprate solo quelli con la spiga sbarrata, come ad esempio quelli della Sarchio;
– è un ottimo secondo anche da servire per cene a buffet, perché non c’è bisogno di coltelli, cioè, per dirla in maniera gastrofighetta , è un ottimo finger food!
– anche l’indomani sono buoni, ma i corn flakes perdono un po’ di croccantezza.

Coconut ice cube e i diritti lesi…

(In questo post: coconut ice cube, ovverosia dolcetti al cocco, senza cottura, senza burro, senza farina)
12
settembre, inizio della scuola.
8 – 14 orario delle lezioni.
Tutti
gli insegnati presenti, tranne quelli specializzati sul sostegno.
Tutti
i ragazzi presenti, compresi i ragazzi disabili molto gravi.
Nessun
assistente igienico sanitario, né il servizio di trasporto spettante ai ragazzi
disabili.
19
settembre, prima convocazione supplenti docenti specializzati. Finalmente
qualcuno arriva!
1
ottobre comincia il servizio di trasporto per i ragazzi disabili, ma ancora
nessun assistente igienico sanitario.
9
ottobre, ci assicurano che arriveranno gli assistenti…
9
ottobre, nessun assistente igienico sanitario viene mandato in nessuna scuola…
Dicono
che, forse, se ne parla a novembre…
Nel
frattempo che fanno i ragazzi disabili dai 14 ai 23 anni (e non solo quelli)? Ragazzi così gravi da
non essere autosufficienti ad andare in bagno e a volte nemmeno a mangiare da
soli, oltre a non riuscire a studiare da soli?
Nel
frattempo vengono portati in bagno dai bidelli disponibili e dai docenti
specializzati disponibili… E fanno la ricreazione insieme agli insegnanti
specializzati, che invece di “godersi” i 15 minuti di interruzione di servizio,
assistono i disabili a loro rischio e pericolo… 
e pregano! Pregano con non succeda niente ai ragazzi disabili, perché se
succede loro qualcosa, in quei 15 minuti, non sono coperti dall’assicurazione
della scuola e pagano “di faccia” il loro altruismo e la loro disponibilità.
Nel
frattempo che fanno gli assistenti igienico sanitari? Aspettano di essere
convocati, fanno sit-in davanti al palazzo della Provincia per cominciare a
lavorare, perché a loro lo stipendio non corre fino a quando non cominciano a
lavorare…
Perché
non ci sono ancora gli assistenti igienico sanitari, dopo quasi un mese
dall’inizio delle lezioni?
Perché
hanno deciso di formarne di più, di quanti ne servissero, con la promessa di un
lavoro che adesso non c’è. E quelli che già lavoravano non ne vogliono sentire
di veder dimezzato il loro orario di lavoro e quindi il loro stipendio…
Nel
frattempo chi paga tutto questo?
I
ragazzi disabili, che vedono leso il loro diritto allo studio, perché hanno
difficoltà maggiori di quante già non abbiano normalmente, perché non capiscono
il perché …
E
nel frattempo, lo stipendio di chi deve decidere e intervenire su questa
situazione, corre e anche a profusione… e, oserei dire, ingiustamente.
Piove
sempre sul bagnato…
Ricetta
della mitica Araba Felice, non ho cambiato una virgola… solo il colore…
COCONUT ICE
per una teglia quadrata da 20 cm
310 g di zucchero a velo
315 g di farina di cocco
una lattina di latte condensato da 397 g
estratto di vaniglia
colorante per alimenti rosa e giallo (facoltativo)
Niente di più facile, visto che, fra
l’altro neanche si cucinano!
In una ciotola unire lo zucchero a velo,
la farina di cocco, la vaniglia e il latte condensato.
Mescolare con una spatola (io ho poi
continuato a mano) e finché il composto sta insieme (è un po’ duro, ma poi
diventa come una pasta frolla) quindi dividerlo in due ciotole per colorarle.
Lavoratela esattamente come fareste per una pasta frolla, ma mettetevi dei
guanti per non colorarvi le mani per due o tre giorni  (io ho ubbidito… e per fortuna!)
Foderare la teglia con carta forno, quindi
stendere l’impasto rosa (il mio fucsia) livellandolo con un cucchiaio o con le
mani. Coprirlo con l’impasto giallo, livellando bene anch’esso.
Mettere la teglia in frigo per
almeno 4 ore ( meglio una notte) senza coprirla con nulla.
I dolcetti in pratica devono seccare.
Il giorno dopo sformare e tagliare in
quadratini della dimensione desiderata.
Siccome i bordi non verranno mai uniformi,
quando li taglierete eliminate la prima striscia… non preoccupatevi, la
mangerete lo stesso voi, ma ai vostri ospiti presentateli tagliati a quadretti
regolari.
Suggerimenti (soprattutto della mia omonima):

-i coconut ice negli USA sono sempre rosa e bianchi… ma io sono un po’ anarchica;

– si mantengono a lungo in frigo, anche due settimane. L’Araba suggerisce, in questo caso di non tagliare il blocco, ma di conservarlo intero, tagliandolo il giorno in cui va servito, ma io me li sono ritrovati già tagliati e li ho conservati così e sono rimasti perfetti;

– le dosi sembrano eccessive, ma non lo sono affatto, state tranquilli;

– possono essere conservati anche fuori dal frigo per parecchio tempo, ad una temperatura normale…

– infine, ma non ultimo: i coloranti possono contenere glutine, quindi comprate solo i coloranti senza glutine.

Infine, con questa ricetta rosa, voglio ricordarvi che ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno, campagna portata avanti dalla LILT. Gialla tra i fornelli ha indetto una raccolta per veicolare il messaggio, perché “prevenire è meglio che curare”… Qui troverete tutte le linee guida per una corretta alimentazione per prevenire.

A presto
Stefania Oliveri

Zuppa di barbabietole e mele… ma fredda!

Fa ancora caldo qui in Sicilia, tanto che ieri abbiamo trascorso una bellissima giornata a Mondello, al mare.

L’acqua limpida, il cielo terso, poca gente (cioè non tanta quanta in estate), la brezza piacevole, il sole caldo.
Mi sono perfino abbronzata. Di nuovo. E il segno del costume si rivede sulla mia pelle… 
E siccome fa ancora abbastanza caldo, quale il tempo migliore per gustarsi questa zuppa fredda? E questa estate, almeno qui da noi in Sicilia è stata davvero calda, anzi caldissima… E questa zuppa, era nella mia to do list da tempo immemore… 
Solo che mi facevo delle remore perché si mangiava fredda… Se penso che la nostra zuppa estiva, per antonomasia, si mangia caldissima, anche con 35° all’ombra…
Ma di gradi, quest’anno, ne abbiamo avuto anche di più e così, superate tutti i miei timori, ho deciso che  oltre al gelato, si sperimentava anche la zuppa fredda!
Ho anche fatto una operazione matematica semplicissima, in cui 2 + 2 ha fatto 4, e cioè ai miei pargoli piacciono le barbabietole, i miei pargoli mangiano le mele, i miei pargoli adorano il gelato…
Così l’ho presentato in questa ciotolina, e subito anche loro hanno fatto un’operazione matematica perfetta: “stasera, si mangia gelato alla fragola, per cena!”
Forse, non vi ho mai raccontato, che mia madre, per un lungo periodo, e cioè fino a quando non ho raggiunto l’età della ragione, circa 10/11 anni, pur di farmi mangiare le frittelle di neonata, lasciava che le cospargessi di zucchero, visto che chiamandole frittelle, io le credevo dolci… (poi mi si chiede come mai sia venuta fuori così…)
Quindi, che c’era di male a far credere loro che fosse gelato? D’altro canto, io, meno subdola di mia madre, avevo pure svelato che c’era un ingrediente segreto…
Loro hanno mangiato e goduto fino all’ultimo cucchiaino… salvo, poi, dirmi: “buono questo sorbetto, però era un po’ salato!” 
Sarà davvero piaciuto loro? Ai posteri l’ardua sentenza!

Zuppa fredda alla barbabietola e mele
Per 4 persone
250 gr di barbabietole rosse
cotte
100 gr di mele
(possibilmente granny smith, ma provatelo anche con le fujiko, andranno bene lo
stesso)
1 scalogno
½ spicchio d’aglio
(facoltativo)
olio evo q.b.
1 cucchiaio di succo di
limone
2 cucchiai di panna fresca
Sale e pepe
Qualche dadino di cetriolo
(facoltativo)
Qualche fogliolina di menta
Tagliate grossolanamente le
barbabietole. Lavate e sbucciate la mela e tagliatela a pezzi. Pulite e
tagliate a pezzi anche lo scalogno e lo spicchio d’aglio. Frullate il tutto
aggiungendo l’olio, la panna, il succo del limone, il sale, il pepe e qualche
fogliolina di menta.
Lasciate raffreddare nel
frigorifero e servite dopo almeno un’ora e mezza.
Guarnite, se vi piace con
dadini di cetriolo, io non potevo, e ho guarnito con cubetti di mela.

Suggerimenti:
-da servire nelle calde
serate d’estate come entrèe.

E con questa ricetta, partecipo, in extremis, al contest di Valeria di Murzillo Saporito
A presto
Stefania Oliveri