Bavarese ai cachi e io odio il natale

(In questo post Bavarese ai cachi senza uova)
Ieri ho visto l’albero di natale di un’amica e quando le ho
chiesto “di già?”, lei mi ha risposto che continua ad amare il natale come
quando era piccola. E, così, ho capito perché invece io odio il natale, fin da
quando ero piccola!
Cominciamo dall’albero.
Il mio era bianco, in perfetto stile anni ’60, tutto oro e
fucsia.
Ora, una bambina nata negli anni ’70, contornata da alberi
multicolor, poteva mai amare quell’albero?
Mia mamma, però, diceva che era più chic di quelli
multicolor e io, che adoro mia madre, mi lasciavo convincere, anche se, non per
questo, non odiavo, lo stesso, quell’albero.
Finalmente, l’albero bianco si rovinò, o mia madre cedette,
ed arrivò quello verde.
Le decorazioni rimasero le stesse, ma si aggiunse anche un
filo di lucine colorate… Alla fine, non so se erano stati i numerosi anni di
pressing mammeschi, o solo perché ormai grandetta mi ero “scicchizzata” anche
io, per cui mi ero convinta, ma anche quell’albero non mi soddisfaceva.
Albero, che arrivava, puntualmente, in ritardo. Mio padre
era uno specialista a portarlo il 22 sera, dopo che per un mese io avevo
pianto, rotto e strepitato per averlo.
Il culmine, però, fu raggiunto quando portò sì un abete, ma
a forma di palla (chissà dov’è che l’aveva scovato) e io piansi fino alla befana!
L’anno successivo, mia madre pensò bene di comprarne uno
finto (come si diceva allora, che non si avevano velleità ecologiste), così da
averlo montato già per l’8 dicembre!
A quel punto riuscì anche a far cambiare colore alle
decorazioni dell’albero e si aggiunsero, anzi no, si sostituirono a quelle
fucsia, con un ben più tradizionale rosso. Sparirono anche le lucine colorate,
ormai avevo assimilato la lezione su ciò che era chic e ciò che non lo era, e
comprammo delle lucine gialle tutte uguali.
Solo che già cominciavo ad essere grandetta e così si delegò
a me il compito di addobbarlo… e, qui, stendo un velo pietoso, perché cominciai
a pensare che non era poi così necessario farlo per forza!
A tutt’oggi, il compito di decorare l’albero è mio, solo che
adesso: io lavoro fuori, lavoro a casa, ho tre figli e un marito e ancora mi
chiedo perché sia necessario farlo e perché proprio io!
Altro capitolo traumatico riguarda il presepe.
Non so perché, ma pur avendo un meraviglioso presepe, mia
mamma non voleva che lo montassi.
Ad un certo punto mi comprò dei personaggi mignon e mi
accontentò con quelli.
Solo dopo molti anni scoprì che mio padre aveva un presepe
con dei personaggi enormi. E così mi impuntai a fare quello!
Una soddisfazione non da poco! Quei pastori enormi, la
grotta separata dalla sacra famiglia, persino gli angeli, la stella cometa, il
pozzo e il laghetto in questo immenso tesoro.
Per qualche anno mi fu concesso di farlo, poi fu riposto in
garage e nessuno andò più a prenderlo, in cantina, e non si fece più.
Quando mi sposai e divenni madre, decisi che, i miei figli
dovevano fare il presepe del nonno. E raccontavo loro di questo presepe enorme,
dove i pastori erano giganti… Mai delusione fu maggiore, perché i pastori
sembrarono loro normali, ed effettivamente anche a me sembrarono tali, forse giusto
perché non avevamo il confronto con quelli davvero mignon che mi aveva comprato
mia madre… e capì quanto erano mignon quelli!
24-25-26 dicembre. Niente era peggiore di quei giorni. Li
passavamo con le uniche due zie che abitavano a Palermo come noi. Il 24 da zia
Teresa, il 25 da zia Linda e il 26 (santo Stefano) da noi.
Un incubo non da poco, visto che le mie due cugine si
univano contro di me e mi faevano dispetti di tutti i colori.
Altro trauma era dovuto al fatto che le mie zie decidevano
che i bambini mangiassero tutti insieme in cucina… E oltre alla compagnia, non
del tutto gradita, ci toccavano tovaglia, piatti e bicchieri giornalieri e menù
per bambini, che io odiavo profondamente. Avrei voluto mangiare coi grandi,
gustare quelle pietanze succolente e soprattutto avere una tavola apparecchiata
da natale…
Il 26 poi si mangiava a casa mia perché, notoriamente, è
Santo Stefano e mi si festeggiava… Mangiavamo tutti allo stesso tavolo, con mio
sommo gaudio, e mia madre ogni anno faceva il tacchino ripieno e il panettone
col cioccolato. Io mi aspettavo un altro regalo, e invece il 24 ricevevo un
regalo “più grosso”, dicevano loro, e così anche questo festeggiamento, per me,
passava in sordina!
Questa cosa negli anni si è trasferita a noi cugini. Mio cugino organizza
il 24, una mia cugina il 25 e il 26 tocca a me, sebbene io non ami festeggiare
gli onomastici.
Da quando sono diventata celiaca, e cioè da quando ho anche una casa e quindi festeggio da me, ho deciso che devo fare tutto il menù gluten free. Essendo gl intimi soltanto una trentina, ho anche deciso, nel tempo, che era meglio organizzare un tè… Ma io sempre sicula sono, capite bene che un tè, non significa un tè e due biscottini, ma un tripudio di dolci, tutti rigorosamente senza glutine, quindi, tutti rigorosamente confezionati da me, da sola!
Un tè, che ogni anno si è trasformato in una cena e che mi ha visto costretta negli anni ad integrare anche con dei salati. Cosa che evidentemente, dopo tre giorni di abbuffate un tè, degno di una tre giorni, non bastava e alla fine, si scendeva anche a prendere la pizza perché “i bambini” prima, “i ragazzi” dopo, “i vecchi” nel futuro” hanno fame!
Pizza che, ovviamente, il 26 dicembre era rigorosamente col glutine (già è difficile trovare quella senza in tempi normali, figuriamoci il 26 dicembre), ed io costretta ad apparecchiare, servire, sparecchiare, ad uso cameriera, per tutti sotto l’effluvi di una succolenta pizza resuscita morti!
Quest’anno, però ho deciso, si cambia tutto! 
Innanzi tutto, niente albero. Il mio enorme, meraviglioso, scintillante albero oro e argento andrà in pensione. Al suo posto ho deciso che metterò dei rami secchi dipinti d’argento, giusto per creare l’atmosfera. Le lucette rimangono, ma solo nel vaso dove metterò i miei rami, anche se ancora devo studiare il modo per accenderle dentro un vaso…
Il presepe, rimane, e troveremo un ambientazione più consona della cameretta del pargolo n. 3, ma dovrà farlo lui.
Il 26 rimane anche quello… Anche se ormai non siamo più i soliti intimi, ma ci siamo moltiplicati e siamo diventati circa 60 (e non pensate male, non ci siamo riprodotti, si sono solo aggiunti i miei amici!)
Così ho deciso che può venire chi vuole, solo che deve portare qualcosa di commestibile e per giunta gluten free, perché altrimenti rimane fuori dalla porta.
La pizza salta… Anche perché quest’anno anche il pargolo n. 3 è celiaco e anche mia cugina e mica possiamo soffrire in tre! E poi spero che ci sia tanto di quel cibo da non sentire la mancanza della pizza!

Bavarese ai cachi (dall’Enciclopedia della Cucina Italiana, Frutta e dolci al cucchiaio, La Biblioteca di Republica)
500 gr di polpa di cachi (i miei maturi e dolci)
2 dl di panna
80 gr di zucchero
15 gr di gelatina in fogli
1 dl di acqua
Per la salsa
300 gr di cachi
50 gr di zucchero di canna
Guarinizione:
tre palline di zucchero alla violetta
Ammorbidite la gelatina in acqua fredda per una decina di minuti. Nel frattempo, lavate i cachi, e prelevate la polpa con l’aiuto di un cucchiaio. Frullatela con un mixer.
Nel frattempo, in un tegamino, fate bollire l’acqua con lo zucchero, fino a quando lo zucchero non si sarà sciolto. Quindi unite la gelatina strizzata e mescolate per farla sciogliere. Fate raffreddare leggermente.
Nel frattempo montate (ma non troppo) la panna ben fredda (se volete potete aggiungere un cucchiaio di zucchero a velo). Mescolate delicatamente i due composti e distribuite in uno stampo grande o in quelli monoporzione (a me ne sono venuti 10) e mettetelo in frigo per almeno 2 ore.
Preparate anche la salsa di cachi.
Lavate i cachi e raccogliete la polpa e frullateli con lo zucchero. In teoria se ne dovrebbe conservare qualcuno da tagliare a pezzetti. I miei cachi però erano troppo maturi…
Servite.
Stendete un letto di salsa, adagiate la bavarese, distribuite anche un po’ di salsa sopra e guarnite con lo zucchero alla violetta.
Delicatissimo.
Suggerimenti:
-come vi ho già detto è la mia prima volta che faccio una bavarese. Mi sono divertita a farla perché è davvero semplice… Solo che dopo averla fatta, mi è venuto il dubbio che avessi dimenticato le uova… Ma non ci vanno le uova nelle bavaresi??? Ho chiesto lumi alle amiche esperte di FB (e della mia vita), e mi hanno risposto che, sì, ci vanno… Un dubbio amletico mi è sorto: E ALLORA PERCHE’ IL LIBRO LE CHIAMA BAVARESI???? Se avete una risposta, fatevi sotto, io aspetto.
– Inoltre, siccome non avevo mai fatto la/il bavarese (visto che a quanto pare è maschio…) vi dico anche che, ho fatto lo sciroppo di zucchero, così come scritto, l’ho fatto raffreddare un poco, poi ho aggiunto la gelatina, e poi ho versato sulla urea di cachi, perché avevo paura che aspettando il tempo di raffreddamento dello sciroppo, insieme alla gelatina, mi si solidificasse.
– E adesso un vero suggerimento: se per caso doveste montare troppo la panna tanto da diventare dura (ma con quella fresca non succede, almeno non a me che temo sempre che impazzisca), non temete, passate con un mixer per qualche secondo;
– e un trucco per sformarle facilmente da uno stampo a silicone (quale ho usato io). Mettetele in freezer per  15 minuti, si sformeranno alla grande. Se invece usate uno stampo rigido, basta immergere lo stampo in acqua calda per qualche secondo… Attenzione, non più di qualche secondo, perché altrimenti si sciolgono!
– inoltre, potete congelare le bavaresi. Basterà levarle dal freezer due orette, ma anche tre ore prima di servirle, e il gioco è fatto, ovviamente facendole scongelare in frigo;
– infine, con queste dosi a me sono venute 10 bavaresi di dimensione media, ma tutto dipende dai vostri stampini.

A presto
Stefania Oliveri

Taralli siciliani, anzi palermitani, con glassa di zucchero

 
 
Questa è una ricetta che ho scoperto essere solo palermitana. Effettivamente mia mamma me la dava come merenda per scuola da quando sono arrivata a Palermo. Quando invece ero a Trapani, forse il ricordo non è del tutto veritiero, ma credo che ci portassero i timballetti di pasta al forno come questi
In ogni caso, l’arrivo in questa splendida città, mi ha fatto scoprire sapori nuovi, che per me sono diventati simboli di sicilianità, ma che in realtà spesso, si trovano solo a Palermo. Come questi biscotti.
Il loro sapore l’avevo perso da quando ho scoperto di essere celiaca. Anche perché non sono dei biscotti come tutti gli altri. 
Sono morbidi, ma croccanti contemporaneamente e la glassa li avvolge dando loro un sapore celestiale.
Potevo privare di un sapore e una consistenza tanto buona il mio pargolo n. 3? E così mi sono lanciata…
 

 

 

Ora, come posso pubblicare una ricetta del genere, dopo aver postato da poco una quiche ultra light? Dico subito che NON sono a dieta! Sono solo schizofrenica! E cerco di alternare cibi light a cibi ipercalorici per non strafare con le calorie… Lo so, così non si dimagrisce… Però quanto gode il palato!Ora devo fare una doverosa premessa. I biscotti sono stati fatti con una nuova farina mandatami da Massimiliano Barnaba di I buoni senza glutine a marchio L’Altro gusto il preparato per pane e focaccia così come suggeritomi da Olga di Un cuore di Farina senza glutine, la mia guru personale!

Infine, la ricetta è stata copiata così come era dal Libro di Ricette Siciliane di Alba Allotta (che è una garanzia), io ho modificato solo la farina, rendendoli senza glutine e ho omesso i semi di anice. La ricetta, al contrario di quanto pensassi, è davvero semplice.

Taralli con glassa di zucchero

 Ingredienti
per i biscotti:
500g di farina 00 (io ho usata la farina per pane e focaccia L’Altro Gusto)
100 grammi di strutto (io ne ho usato uno ottimo
della mia amica EliFla)
2 uova
1/2 bustina di lievito per dolci
!50 grammi zucchero semolato
2 limoni (due cucchiai di succo e la buccia
grattugiata per l’impasto, il resto del succo servirà per la glassa)
5 grammi di ammoniaca per dolci
15 grammi di semi di anice (io li ho omesse)
sale
latte q.b.
farina di riso impalpabile per il piano di lavoro
Ingredienti per la glassa

250 grammi zucchero a velo (ma 200 gr sono già
bastevoli)
Latte 2 cucchiai
Succo di limone (residuo de limoni)
 
Io ho impastato tutto insieme nel Bimby, ma va bene
qualsiasi robot abbiate. Basta mettere la farina, il lievito, e tutti gli altri
ingredienti ad esclusione del latte. Lavorare bene gli ingredienti, quando
saranno ben amalgamati aggiungere il latte indispensabile, per ottenere un
composto abbastanza morbido. Ovviamente deve essere lavorabile, ma avendo le
farine senza glutine un problema di assorbimento di liquidi maggiori, ho
abbondato un pochino. Questo non vi deve scoraggiare, perché sulla spianatoia
vi aiuterete con un po’ di farina di riso, per formare i salsicciotti. Quindi su
una spianatoia dove ho spolverizzato la farina di riso , ho versato l’impasto e
ho ricavato dei bastoncini, che ho ripiegato in due e poi attorcigliato. Quindi
le ho girate per formare una ciambella e ho unito le estremità.
Quindi adagiare i biscotti su una teglia rivestita
di carta-forno e infornare in forno caldo a 180°, se statico, 170° se
ventilato, per circa 20 minuti. Controllate però la cottura, perché per il
vostro forno.
Nel frattempo preparare la glassa.
Ho mescolato lo zucchero a velo, il latte e il
succo del limone, con una forchetta, o un frustino, e cominciare ad amalgamare.
Continuare a sbattere in modo da non formare grumi e alla fine dovrete ottenere un composto scorrevole e liscio.
Quando i biscotti sono ancora caldi, io l’ho fatto
appena tirati fuori dal forno, spennellare i “taralli”. In realtà si dovrebbero rimettere in forno a 160°, per circa cinque minuti, ma siccome i miei biscottierano ben dorati  e la glassa si è
rappresa quasi subito al contatto con il biscotto caldo, ho evitato questo passaggio.
Esiste una versione con dosi diverse (200 grammi di
zucchero semolato, semi di anice, otto uova e 20 grammi di strutto) che prevede una prima cottura in forno e poi una breve lessatura in acqua bollente con un pizzico di sale e, poi di nuovo in forno per poi glassarli. Ma il procedimento è troppo lungo per i miei gusti e non ci proverò nemmeno.

 

 

Suggerimenti:
– ho provato anche a rifarli con le farine naturalmente senza glutine, ma il risultato non è stato lo stesso. Il sapore era buono, ma la consistenza piuttosto “panosa”. Adesso voglio riprovare a replicare con un altro mix di farine naturalmente senza glutine per raggiungere lo stesso risultato che ho raggiunto con questa farina dietoterapica.
– se non siete celiaci, sostituite la farina dietoterapica con normale farina 00, e usate un po’ meno latte.
Vi assicuro non ve ne pentirete!

A presto
Stefania Oliveri

 

 

Quiche light, ma buonissima: lo giuro!

(In questo post: quiche dietetica con base di verza e ripieno di verdure bio e ricotta)
Ormai ho perso il pargolo n. 1.
Pargolo…
Cambia fidanzata una volta
a settimana, cambia magliette tre volte al giorno, si mette tanto di quel
profumo, da essere, da solo, il responsabile del buco nero dell’ozono, nonché
del buco nero del mio portafogli.
Esce di continuo e taglia i
capelli pochi millimetri per volta.
Ha deciso che deve mettere
un altro orecchino, porta pantaloni attillatissimi e maglie tre misure più
piccole.
Di inverno usa le magliette
e d’estate la felpa.
Vorrebbe anche depilarsi le
gambe, ma, grazie a Dio, ancora non l’ha fatto…
Sente la musica ad un
volume stratosferico e a nulla valgono le mie urla per fargli abbassare il
volume… tanto non mi sente!
Studia poco e niente, e
quest’anno è l’ultimo… si spera…
Però, si circonda di amici
veri, carini, educatissimi e studiosi (quasi tutti), che passano più tempo a
casa mia che altrove, tanto da voler tentare una affiliazione… Che poi, io
neanche li tratto tanto bene! Li rimprovero, li sgrido, li cazzio… ma loro
tornano, tornano sempre… E sono i fratelli maggiori del pargolo n.3, lo
proteggono, lo fanno giocare, come il pargolo n. 1 non fa!
Ogni tanto penso anche a
fare uno scambio, anche se lo scambio lo farei più volentieri con una ragazza.
Ma quelle le tiene lontane da me, non me le fa conoscere, non le porta mai a
casa. E forse è un bene, visto che, gira, vota e firrìa, c’è sempre qualcosa
che non mi piace… e quando c’è qualcosa che mi piace, allora, la ragazza, non
piace a lui… Chissà perché…
In fatto di cibo invece
andiamo piuttosto d’accordo, lì riusciamo ad avere una tregua. E così è stato
anche per questa quiche, che gli è piaciuta e non poco, nonostante abbia un
ingrediente che a lui non piace affatto… Ma si sa, la verza fa tanto bene!!!

Quiche light con guscio di
verza
(da
un’idea presa da Sale & Pepe)
Come
non provare una versione dietetica di una quiche? Io che le adoro e le rifuggo
peggio di Satana, visto il quantitativo di burro presente nella base?
Così
invece la si mangia senza dolore (di fianchi) e con grande gusto!
Ingredienti:
Mezza
verza biologica
300
gr ricotta di pecora freschissima
2
Barbabietole e foglie di barbabietole biologiche
1
confezione di pancetta affumicata (unica concessione poco light…)
1
uovo codice 0 o 1
50
gr di parmigiano
½
cipolla
olio
sale
Per
prima cosa bisogna pulire la verza, staccando le foglie esterne più sciupate.
Poi si staccano quelle esterne più grandi si lavano e si mettono a cuocere in
poco acqua salata, fino a quando non si ammorbidiscono. Quindi si mettono a
scolare. Nel frattempo ho preparato la verza rimanente. Ho tagliato a julienne
la verza e la cipolla e le ho fatte cuocere al microonde per circa 15 minuti
alla massima potenza insieme a olio evo.
Nel
frattempo ho anche cotto le barbabietole fresche. Le ho lavate, sbucciate,
staccato le foglie e lavate anche quelle. In una pentola ho messo dell’acqua salata
a bollire, dove ho cotto le foglie delle barbabietole. Sopra, a vapore, ho
invece cotto le barbabietole.
Quando
tutto era freddo ho tagliato a dadini una barbabietola e ho tritato le foglie. Ho
unito tutto con la ricotta, ho aggiunto un quarto di verza, il parmigiano, la
pancetta e l’uovo. Ho mescolato il tutto e ho versato in una pirofila grande
dove avevo steso 4 foglie di verza. Ho girato i lembi della verza e ho cotto al
forno a 180° C (anche ventilato) per circa 20 minuti.
Servire
caldo o freddo, va bene lo stesso!
Suggerimenti:
-la
preparazione è totalmente gluten free, ma bisogna stare attenti alla pancetta
affumicata;
-le
verdure bio, non sono un must, ma se lo sono è molto meglio! Io le ho comprate
al mercato bio del sabato a Villa Sperlinga.
-le
uova codice 0 sono biologiche, codice 1 provengono da galline allevate all’aria aperta con
mangimi naturali, e questo, invece, deve essere un must, perché alle altre
danno gli antibiotici per non farle ammalare, e non vi dico come…
-se avete dei mini stampini individuali è anche meglio, ma le mie non so che fine abbiano fatto… Anzi, Dora, dove sono finite????
A presto
Stefania Oliveri

Capone e zucca in agrodolce per un olio marchigiano

In questo post (pesce capone con zucca in agrodolce)
Stavolta tocca alle Marche.
Io non sono mai stata nelle Marche.
Veramente neanche in Umbria. Nè in Abruzzo…
A pensarci bene mi manca una buona fetta dell’Italia centrale…
Devo assolutamente rimediare…
E neanche avevo mai assaggiato l’olio di queste regioni… Però a questo ho rimediato, o meglio, ha rimediato l?associazione Città dell’olio che, stavolta, mi ha fatto inviare olio Rosciola dell’oleificio Rosini.
Un olio delicato, ma non insapore, piuttosto fruttato, che abbiamo apprezzato con l’insalata a crudo e con le barbabietole bio, comprate al mercato e cotte al vapore da me…
La ricetta che però voglio lasciarvi, coniuga verdure e pesce. Sono partita da una ricetta tipica siciliana della zucca in agrodolce, ma avendo visto al mercato un capone freschissimo, non ho resistito. Come farlo mangiare anche ai miei figli, divoratori di zucca?
Capone e zucca in agrodolce
500 gr di zucca (mantovana?)
1 pesce capone (grandinò)
4 porri medi
farina di riso per panare 
4 cucchiai di aceto bianco
2 cucchiai rasi di zucchero
sale
8 cucchiai di olio Rosciola dell’oleificio Rosini
In realtà la zucca in agrodolce prevede l’uso dell’aglio. Io, per deformazione, all’intolleranza all’aglio ho usato i porri.
Per prima cosa ho sbucciato, levato i semi, lavato e tagliato la zucca. 
Ho anche lavato i porri, tolto la parte più esterna e li ho tagliati in 8 per la lunghezza e sciacquati abbondantemente. Poi li ho tagliati a bastoncini di due centimetri (circa)
Quindi in una padella capace (se avete il wok è meglio ancora) ho fatto riscaldare un po’ d’olio e ho fatto saltare, prima la zucca e poi ho aggiunto i porri. Dopo circa una decina di minuti ho messo da parte le verdure e nella stessa padella ho soffritto il pesce, tagliato anch’esso a dadini, e infarinato con la farina di riso. Quando mi è sembrato abbastanza dorato da tutte le parti ho aggiunto le verdure e ho bagnato con l’aceto e lo zucchero. Ho fatto sfumare. Aspettate qualche minuto per servire, da freddo è ancora meglio. E se riuscite a farlo un giorno prima, ne acquisterà in sapore.
Servite con foglie di menta tritate.
Questa ricetta fa parte di un progetto più ampio che vede coinvolta altre carissime amiche per la diffusione della cultura dell’olio promossa dall’Associazione Città dell’Olio.

Le altre ricette le trovate da:
 Patty, Andante con Gusto, con Insalata calda e fredda di patate vitellone e carciofi violetti;
Teresa, Scatti Golosi, con Pasta e fagioli;
e da Fausta, Caffè col cioccolato con Pie di brisè all’olio con carciofi, patate e olive

A presto con un nuovo olio!
Stefania Oliveri

Torta al cioccolato e burro d’arachidi

Una ciccina fa il compliblog. E’ ciccina di età, ma non lo è assolutamente nel carattere né in quello che fa e che cucina. Anzi, potrebbe venirmi madre e anche nonna, per la maestria, perizia e bravura che dimostra.
Appena l’ho conosciuta (col suo bellissimo blog) ho visto subito che la stoffa c’era, ed essendo pure celiaca, me la sono presa a cuore.
Come potete ben vedere dal suo blog, non mi sono sbagliata ed è per questo, e con grande onore, che partecipo al suo bellissimo contest, con questa torta modesta, ma che, anche lei, potrebbe assaggiare. 
Un bacio enorme
Torta al
cioccolato con frosting al burro d’arachidi
 
Base (da qui)
150 gr di cioccolato fondente (Venchi è senza glutine)
100 gr. di burro
4 uova codice 0 (cioè biologiche) o 1 (cioè allevate all’aria aperta)
125 gr di zucchero semolato
125 gr di farina di mandorle o mandorle tritate (io Mandorle pelate Noberasco)
1 bustina di lievito per dolci

Grattugiare o tritare anche grossolanamente il cioccolato (o usare le goccine) e farlo fondere a bagnomaria o al microonde (come faccio io a 450° per un minuto circa) insieme al burro. Separare i tuorli dagli albumi e montare questi ultimi a neve fermissima, aggiungendo due cucchiai di zucchero. Montare anche i tuorli con lo zucchero rimanente, fino a quando non saranno ben bianchi e spumosi e aggiungere il cioccolato fuso e raffreddato, le mandorle, ridotte in polvere (anche se un po’ più grossolane, va bene uguale) e il lievito. Infine incorporare delicatamente gli albumi, mescolando dal basso verso l’alto, ma in maniera decisa, e versare il composto in uno stampo rotondo foderato con carta forno, così da evitare eventuali contaminazioni da residui precedenti. Far cuocere in forno caldo a 180° C, se statico, altrimenti a 170°, se ventilato, per circa 30 minuti.
La torta rimane piuttosto morbida e tende ad implodere leggermente, ma poco importa visto che dobbiamo ricoprirla con il frosting.

113 gr burro,
ammorbidito
250 gr burro di
arachidi
3 cucchiai di
latte, o quant necessario
430 gr zucchero
a velo
Mettete il
burro e il burro di arachidi in una ciotola media, e sbattere con un frullatore elettrico. A poco a poco aggiungete lo zucchero, e quando inizia a diventare
denso, incorporare il latte un cucchiaio alla volta fino a quando tutto lo
zucchero non si sia mescolato bene e la glassa diventi densa e sfaldabile. Ci vogliono almeno 3
minuti per ottenerne una buona e soffice.

Assemblare:
Bagnare la torta (e non c’è bisogno di tagliarla a metà) con una bagna fatta da:
120 acqua
70 zucchero
40 rum
Mettete sul fuoco l’acqua con lo zucchero per farlo sciogliere. Quindi aspettate qualche minuto che lo sciroppo si raffreddi e unite il rum. 
Devo confessare che però se la torta rimane umida, questo passaggio può essere saltato.
Quindi stendere con l’aiuto di una spatola il frosting al burro d’arachidi.

Completare:
Cioccolato fondente 1/3 tazza
1 cucchiaio di burro
1 cucchiaio di sciroppo di mais, o di riso, o di agave e o di acero o di miele
Sciogliere tutto al microonde e decorare al meglio… Io meglio di così non ho saputo fare, ma sono certa che voi sarete molto più bravi!

E con questa ricetta partecipo al Contest di Ema di Arricciaspiccia in collaborazione con la Noberasco

A presto
Stefania Oliveri

Arancine! E non chiamatele arancini!

 

Questo mese ha vinto Pupaccena (alias
Roberta), e di questo me ne sono fatta una ragione, visto che è di Palermo (un
po’ di sano campanilismo, no?)
Ha proposto le arancine… e anche di
questo me ne sono fatta una ragione, perché, se avessi vinto io la sfida, non
le avrei più proposte… Anzi, ora che ci penso, non so nemmeno che cosa proporrei, perché tanto non vincerò mai!
Ma che fra gli elementi obbligatori, ci sia la frittura, di questo no, non me potevo fare una ragione!
Io non friggo!
E se friggo, solo d’estate! E non perché ho il fornello sul balcone, come capita nella migliore tradizione palermitana, ma perché in estate le finestre sono tutte aperte e io mi faccio lo shampoo ogni
giorno! Sì, signori e (soprattuttto) signore delle carte, io non friggo perché si impuzzano i capelli! Perché la puzza si attacca ai capelli come l’edera ai balconi: tenacemente!
Così, questo mese avevo deciso di passare.
Ma l’amicizia, si sa, è molto grande e una fatina buona, ha messo a disposizione la sua casa e la sua friggitrice…
Potevo, a quel punto, tirarmi indietro?
La fatina buona, in realtà, è una vera arpia, che so che avrà scritto un post pieno di “menzogne” che mi riguardano…
Per cui, voglio subito mettere due o tre punti in chiaro:
1. il riso, ottimo, per le arancine è l’originario o il Roma, e questo, è un dato assodato, che so persino io!
Io, invece, ho usato il parboiled della Lidl solo perché quando è venuta Alessandra da Genova e abbiamo cucinato
in tre (insieme all’altra arpia), dovendo fare uno sformato, ho usato il parboiled, preparandolo come un risotto (e questa è la verità, checché sia la loro versione che vuole che io prepari il risotto col parboiled e non con il carnaroli);
2. nonostante tutto, le arancine, sono venute perfette e non se ne è spatasciata nemmeno una, e dico una (e nemmeno due, ecc… a scanso di equivoci, è meglio precisare);
3. Il risotto è stato fatto seguendo tutti i crismi, voluti da un ottimo risotto, che prevede soffritto della cipolla, tostatura del riso,  sfumatura col vino e bagnatura del riso con del buon brodo di verdure;
4. la panatura concordata doveva essere di pangrattato di mais e nocciole, ma la fatina/arpia non  l’ha trovata e ha comprato la farina per polenta istantanea;
5. il ripieno è stato ispirato dalla mia pasta pubblicata per Garofalo;
6. i compiti li ha suddivisi la fatina/arpia e quindi, suppongo che, nonostante tutto, il mio risotto/sformato le fosse piaciuto.
7. la lega l’ha preparata lei con la fecola e l’acqua (seguendo le dosi di Roberta), e, benché, dopo qualche minuto, si ricomponeva nel loro stato originario di fecola e acqua, e pur avendo una consistenza abbastanza strana, ha fatto il suo lavoro di legatura;
 
 
8. i ripieni li ha preparati lei e la ricetta la trovate sul suo blog;
9. la bechamelle, invece, l’ho preparata io con la fecola al posto della farina. Per questo devo spendere due parole in più. Molte persone, a cui ho detto di preparare la bechamelle con la fecola o
la maizena, mi hanno detto che non viene come quella preparata con la farina.
Ovviamente hanno ragione. Perché si tratta di cose diversissime. Però con la fecola e la maizena, la bechamelle è commestibile anche dai celiaci e con la farina, no. Quindi bisogna adottare un trucchetto affinchè riesca bene come l’altra. Bisogna aumentare la dose di latte e se vi sembra che venga troppo densa, diluite con latte. That’s all!
 
Detto ciò, voglio anche mettere i puntini sulle “i”, su un’altra annosa questione.
L’arancina a Palermo è femmina, perché il palermitano è profondamente femminista. Ache gli orecchini a Palermo sono
femmine…
E vi dimostro anche perché.
L’origine risale addirittura agli arabi, che le importarono in Sicilia. I palermitani arricchirono la preparazione, passandole nell’uovo e nel pangrattato, poi, Federico II, le fece conoscere…
Dove stava Federico II??? Dove è sepolto? E, allora, siamo o non siamo noi, gli inventori di cotanta bontà? E allora, gli avremo dato noi il nome? E avremo, o no, deciso che, assomigliando alle arance, le volevamo chiamare arancinE?
Quindi, per favore, non chiamatele arancini!
 
Arancine alla zucca, pancetta e nocciole
Ingredienti (per 6 persone):
600 gr. riso 
parboiled
mezza cipolla
olio extravergine d’oliva
mezzo bicchiere di vino bianco (io
ho usato il brodo vegetale home made
 (fatto
col Bimby)
parmigiano reggiano
burro per mantecare
zafferano
Tagliate la cipolla a dadini
piccolissimi e soffriggete con un po’ d’olio (mi ripeto, ma il risotto in
Sicilia non si fa con il burro… almeno io!) e poi versate il riso e fate
cuocere, mescolando, fino a quando non diventa trasparente. A questo punto sfumate
con il vino e aspettate che evapori (altrimenti lascia il sapore amarognolo) e quindi cominciate a versare del brodo caldo, in cui ho sciolto anche lo zafferano, continuando a mescolare. Fuori dal fuoco aggiungete un po’ di burro e il parmigiano. Fate raffreddare.
 
Bechamelle:
250 ml di latte
25 g di fecola
20 g di burro
parmigiano
sale q.b. per
la besciamella
noce moscata
Fate
sciogliere il burro in u pentolino e aggiungete la fecola e fate tostare.
Quindi aggiungete poco per volta il latte, così da non fare grumi. Fate cuocere finché non raggiunge la consistenza desiderata. Fuori dal fuoco aggiungete parmigiano e noce moscata appena grattugiata.
 
Farcia:
Ripieno alla zucca, pancetta affumicata, cipolle e nocciole come per questa pasta fatta da me, la cui ricetta potete trovare qui, che ha però preparato Stefania e qui potete vedere il suo procedimento.
Mozzarella a dadini
bechamelle
 
 
Panatura:
polenta e farina di nocciole
 
A questo punto, avendo tutto pronto, mi sono recata dalla mia omonima, con il mio bel carico.
Dopo aver fatto una lauta merenda a base di fette ai cereali (senza glutine) e nutella, insieme ai nostri pargoli cuccioli, e dopo esserci scofanate due bavaresi ai cachi per capire bene se dovessimo chiamarle bavaresi oppure no (e al prossimo post darò l’esito della nostra decisione), ci siamo messe a lavoro.
In realtà io volevo procedere seguendo una catena di montaggio che vedeva Stefania a fare le arancine e io a riempirle con il ripieno… Ma dopo aver subito un’ulteriore mortificazione, che mi vedeva come la scansa fatiche di turno, abbiamo (democraticamente) deciso, che ognuna avrebbe fatto le arancine seguendo tutto il processo.
Ora, non so quanti di voi conoscano Stefania, e conoscano me, ma lei è il doppio di me, in altezza, ovviamente quando io ho i tacchi… E così anche le nostre arancine hanno rispettato i nostri standard. Io ho fatto delle arancine piccole piccole e lei
delle bombe degne di un famosissimo bar di Palermo… Alla fine, abbiamo cercato di farle della stessa misura… ma si sa “contro la natura, neanche la scienza…”
 
Arancine della “stessa misura”
 
 
In ogni caso, le abbiamo fritte, ci siamo impuzzate, la sua casa si è trasformata in una friggitoria, nonostante la friggitrice (onde per cui non comprerò mai la friggitrice, preferisco continuare a non friggere!) e poi ce le siamo mangiate…
Inutile dirvi che:
– sono piaciute, nonostante il ripieno “strano”;
– ho dovuto lavare tutti i vestiti e farmi lo shampoo!
 
P.s. Se vinco, sarà merito di Stefania, se perdo, sarà a causa mia!

Con questa ricetta partecipiamo alla sfida di novembre dell’MTC sulle arancine 

 
 

 

A presto
Stefania Oliveri
 

Rifatte senza glutine: blinis di zucca, farina di ceci e ricotta

Oggi un po’ di storia…
Nel lontano (per alcuni) 1990, una mattina un signore si svegliò, un tal Ministro Ruberti, e decise che i privati dovessero finanziare l’istruzione…
E se da un lato (quelli che allora si chiamavano yuppies) si esaltrono, perché le università tecniche avrebbero avuto soldi a palate (anche se, diciamolo, anche un po’ pilotando la ricerca nel verso della azienda di turno, non certo liberamente…), dall’altra parte, tute le università umanistiche (ma grazie a Dio, non solo quelle, ma tutti coloro che volevano rimanere liberi nella ricerca, ma soprattutto volevano rimanere liberi nel pubblicare i dati delle proprie ricerche…) insorsero.
Per tre mesi, gli universitari occuparono le università, con grossi sacrifici, vi assicuro, io c’ero, e per tre mesi lottarono contro questa legge, discutendo, facendo manifestazioni, parlando, facendo dibattiti, e stesure di documenti. Tutti gli universitari italiani si unirono e non posso dimenticare che proprio a Palermo, nella mia facoltà si tenne il primo convegno nazionale degli universitari… 
Il movimento fu chiamato dai giornalisti ufficiali (quelli piuttosto asserviti, che ci presentavano piuttosto male, e che nel 1985 ci avevano chiamato “l’esercito delle Timberland”), come “la pantera”, perché nello stesso periodo, una pantera era fuggita da un circo romano e nessuno la ritrovava…
La pantera lottò, come è tipico dei felini, e ottenne, che la legge Ruberti non passasse.
Mi sentivo, veramente parte della storia, perché avevo contribuito a non far passare una legge iniqua, non tanto per me, che già ero al quarto anno di università, ma per tutti coloro che, da lì in poi, avrebbero voluto frequentare l’università.
Dieci anni dopo, nel 2000 (circa), un governo di sinistra, dando un colpo di spugna alla costituzione, assicurò le sovvenzioni alle scuole private, per garantirsi i voti della chiesa cattolica…
In quel tempo io già lavoravo a scuola, ero precaria, e speravo che gli universitari e tutto il mondo della scuola si unisse, così come 10 anni prima, contro questa nefandezza incostituzionale…
Fui fra le poche che scioperò… Nessuno si ribellò, nessuno parlò, la legge passò…
E così cominciò il lento declino della scuola pubblica, sempre più depauperata dei suoi soldi, in favore delle scuole private, non solo quelle mega e buone che preparano i rampolli ricchi, ma anche quelle scalcagnate, dove ragazzi ignoranti vengono promossi perché pagano…
Oggi, andare all’università è un lusso, che si paga caro e amaro, senza che nemmeno ti dia la possibilità di trovare uno straccio di lavoro decente. Oggi non c’è lavoro, in Italia…
Oggi, nel 2012, un ulteriore colpo di spugna. Altre sovvenzioni alle scuole private, sovvenzioni che tolgono alle scuole pubbliche…
Non pensate che quando dico che non abbiamo le sedie, io stia esagerando. E’ proprio così.
Non pensate che quando vi dico, fa un caldo infernale, non sia proprio così, e viceversa quando vi dico c’è un freddo boia… Mi sento di stare già scontando l’inferno di dantesca memoria, ma soprattutto, di farlo scontare ai miei alunni…
Quest’anno è l’ultimo per il mio pargolo n. 1, e io non so se potrò permettermi di mantenerlo all’università. E se riuscissi a farlo per lui, come faccio per gli altri due? E cosa metto in tavola ogni giorno? E dopo 5 anni di università e di sacrifici, nostri e suoi, riuscirà a trovare un lavoro, che riesca a dargli autonomia a lui e respiro a noi? O sarà troppo choosy per fare un tirocinio “a gratis”, per accettare un lavoro come muratore , imbianchino, in un call center a 500 euro al mese (sempre che vada bene…), cancellando con un colpo di spugna tutti gli studi fatti?
Per questo lotto, e per questo spingo i miei figli a lottare e a non arrendersi, perché, chi governa, sappia che non ce la facciamo più, che non abbiamo più speranze per il futuro, che l’unica via che ci rimane è di andare via…
Io voglio costruire un futuro per i miei figli e per i miei alunni, futuro che per adesso non vedo… Perché senza lavoro non c’è dignità e io mi sento di averla ancora e con tutto il fiato in corpo, continuerò a lottare per mantenerla.
Sì, sciopero e sciopererò ancora, e sciopererò fino a quando non capiranno che tutto questo non va bene a moltissimi, ai più. 
E mi scuso, ma non troppo, per i disagi che oggi potrà avere la mamma X, perché suo figlio non trova l’insegnante a scuola, perché domani potrebbe non trovarla più e io non ci sto!
Blinis di zucca 6729
Ma oggi tocca ad un progetto importante, una iniziativa che vuole sensibilizzare i “glutinosi” verso i celiaci.
E voglio chiudere con una bella notizia che riguarda proprio questa sensibilità semi raggiunta.
Oggi, il mio pargolo n. 3 andrà in gita con la sua scuola e andrà a visitare le terre confiscate ala mafia (piccolo appunto, abbiamo interrotto tutti i progetti e tutte le funzioni extra, che rappresentano il piccolo straordinario dei docenti, ma tutte le scuole, unanimemente, hanno deciso che le uniche attività che non interromperanno, sono proprio quelle sulla legalità, perché la nostra funzione educativa non la dimentichiamo mai), e offriranno loro il pranzo. Devo confessare che quando mio figlio torna a casa con queste notizie, io tremo… Invece mi ha rassicurata, dicendomi che hanno chiesto se c’erano celiaci presenti e se ci fossero delle allergie, perché prepareranno un pranzo ad hoc per ognuno di loro.
E se questo piccolo spazio ha, in minima parte, influenzato, anche una sola persona a sensibilizzarsi al problema, così come è successo in questa situazione, sono felice di partecipare… Perché come dice il Dalai Lama: “se pensate che io sia troppo piccola per fare la differenza, provate a dormire con una zanzara”.

 Blinis alla zucca con farina di ceci e ricotta di Oxana

– 150 gr di purea di zucca
– 60 gr di ricotta fresca di pecora
– 170 gr circa di farina di ceci (tutto dipende dalla zucca se ha troppo acqua o no)
– 2 uova
– circa 70 ml di acqua frizzante (dipende da zucca se è troppo asciuta o no)
– 2 cucchiai di zucchero semolato
– 1/2 cucchiaini da caffè di lievito 
– olio di semi
Io ho proceduto come Oxana. Ho scaldate il forno a 200°C e ho tagliato la zucca a spicchi, eliminando  i semi. Poi l’ho messa su una teglia da forno e l’ho infornata per circa 30-40 minuti, cioè fino a quando la zucca non è stata tenera e molto asciutta. Quando la zucca si è raffreddata un po’, l’ho frullata.

Nel frattempo, in una ciotola ho lavorato la ricotta con le uova, la purea di zucca e lo zucchero, fino a quando l’impasto non è stato omogeneo.

Ho quindi setacciato la farina e lievito e li ho aggiunti un po’ alla volta all’impasto. A questo punto ho aggiunto l’acqua frizzante e ho lasciato riposare per circa 30 minuti. La prossima volta però, aumenterò il tempo di riposo, visto che si tratta di farina di ceci (un po’ come si fa per la panissa).

Trascorso il tempo, ho scaldato una padella, ungendola leggermente con poco d’olio, giusto per non far attaccare i blinis. Con un cucchiaio ho versato l’impasto (tipo crespella) e ho formato un disco. Li ho cotti a fuoco medio per qualche minuto da ogni lato, il tempo che si colorino.
Servite a piacere con marmellata, nutella, crema di ricotta o quant’altro vi suggerisca la vostra immaginazione.
Suggerimenti:
– io li vedrei meglio in versione salata, eliminando lo zucchero, perché il sapore mi ricorda troppo le panelle, e il mio palato siculo non mi permette di associarle ad un sapore dolce…
– in ogni caso, è un dolce poco dolce, e anche qui, per me sicula doc, i dolci sono dolci, solo se sono ben dolci! Ma se amate i dolci, pochi dolci, questo fa proprio per voi.
– va da sè, che sono da prima colazione e non per la chiusura di un pasto.

Se volete partecipare il prossimo mese, e solidarizzare con i celiaci, la ricetta che proponiamo è della meravigliosa Simonetta di Glu.fri cosas sin glutine, il gateaux al cioccolato.
Non mancate!

A presto
Stefania Oliveri

Anelletti con la zucca … furbi! E vi spiego perché io sciopero!

(In questo post: anelletti -pasta- al forno con la zucca)

Se sciopero, lo faccio anche
per te.

Sì, per te alunno e per te
famiglia del mio alunno.
E’ vero, creo un disagio e
voi famiglie non sapete dove lasciare i vostri figli, ma quando sciopero, il
disagio lo creo anche a me… Sì, perché quando sciopero, la mia busta paga, già
leggera, si alleggerisce. E non si alleggerisce dello stesso importo che io
guadagno al giorno ma del doppio. Quindi quando io sciopero, il primo disagio
lo creo anche ai miei figli. Perché con quella cifra io non ci compro un paio
di scarpe in più, ma ci faccio la spesa per una settimana…
Ma io sciopero lo stesso.
Certo non perché sono scema.
E neanche per farmi un
“giorno di vacanza”. Perché questo giorno di “vacanza” mi costa quanto una sera
all’Hilton, con l’aggravante che io all’Hilton non ci sono nemmeno stata…
Ma se sciopero lo faccio
anche per te e per il futuro di tuo figlio.
Perché le sovvenzioni alle
scuole private, togliendo alle scuole pubbliche, derubano te, che non te lo
puoi permettere, del diritto allo studio gratuito.
Perché se tuo figlio è
intelligente, ma non ti puoi permettere le migliori scuole e università, sarà
costretto a fare un lavoro di schifo, solo perché non hai potuto mandarlo in
una scuola privata, dove c’è un docente per 5 discenti, dedicato completamente e assorbito dai suoi 5 alunni…
Un po’ come se Robin Hood
rubasse ai poveri per dare ai ricchi…
Se sciopero è per non
riscrivere la favola. 
Se sciopero è perché voglio garantire a tutti, a tutti
quelli come me, di sperare in un futuro migliore per i nostri figli, anche se
economicamente non me lo posso permettere…
Ti sei chiesto perché i
figli della Fornero, di Monti, di Berlusconi, e di tutti i ricconi, occupano i
migliori posti al mondo? Sono più intelligenti di tutti noi? Sono più dotati
dei nostri figli? Non sono choosy, loro?  O hanno solo avuto delle possibilità, che né
io né tu ci possiamo permettere?
Se io sciopero è perché
pretendo di non portarmi la carta igienica da casa, perché non voglio avere
classi con 35 alunni, e voglio avere le sedie per ogni studente, le finestre
funzionanti, il riscaldamento e l’aria condizionata, così come in tutti gli
uffici pubblici.
Se sciopero è perché il mio
stipendio è fermo da 10 anni e adesso non mi posso permettere di far girare
l’economia e i negozi sotto casa chiudono.
Se sciopero è perché non
voglio vedere colleghi, dopo 20 anni di onorato servizio, buttati in mezzo alla
strada perché si deve risparmiare…
E perché non voglio vedere ragazzi handicappati, senza il giusto supporto e aiuto.
Se sciopero è perché domani,
tuo figlio possa trovare ancora un edificio, con gli insegnanti, che liberi,
possano insegnare a tuo figlio a pensare liberamente.
Se sciopero, non è perché
non voglio lavorare, ma perché voglio lavorare bene e garantire a tuo figlio  un futuro…
Se sciopero, lo faccio anche
per te… Anzi, perché non vieni a scioperare anche tu, per tuo figlio?

Il Recipe-tionist di questo mese è Stella, la mia anima gemella, quella con cui ogni mese riusciamo a scegliere la stessa ricetta… Finalmente questo mese posso provare una sua pietanza. E io quale potevo scegliere? Ma quella furba! La pasta di Una Stella fra i fornelli

Anelletti al forno con la zucca
Ingredienti per 4 persone:
300 gr di anelletti (io BioALimenta senza glutine)
1/4 di zucca mantovana (???)
1 scalogno
1 cucchiaio di concentrato pomodoro
alle verdure Mutti
prezzemolo
olio extra vergine
400 gr di besciamella (senza
burro)
400 gr di latte intero
25 gr di fecola
Gli ingredienti sono gli
stessi, ma ho variato leggermente il procedimento. In una padella capiente ho
fatto soffriggere lo scalogno tagliato a fettine, insieme alla zucca tagliata a
dadini. Ho quindi aggiunto dell’acqua, un cucchiaio di concentrato di pomodoro,
salato, e ho fatto cuocere per circa  mezz’ora.
Nel frattempo ho fatto la besciamella,
così come consigliato da Stella, che ha eliminato del tutto il burro.
In un pentolino ho messo il
latte, lasciandone qualche cucchiaio da parte. In una tazza inserisco la fecola
e la sciolgo con il poco latte messo da parte, così da formare una pastella. A
questo punto l’aggiungo al latte, che si sta riscaldando, salo e gratto la noce
moscata, e comincio a girare con una frusta, fino a quando non raggiunge la
consistenza giusta (per questa pasta deve rimane sul liquido). A questo punto,
fuori dal fuoco ho aggiunto qualche cucchiaio di parmigiano grattugiato.
Appena pronta, ho aggiunto
la zucca e ho frullato con il minipimer.
Ho cotto poi la pasta, per 5
minuti, l’ho scolata quasi cruda, e l’ho condita con questa besciamella alla
zucca. Ho messo in cocotte individuali e condito la superficie con altro
parmigiano. Ho cotto in forno ventilato a 180C° per 20 minuti circa.

Non ho aggiunto niente e non ho levato niente, ho solo sostituito solo la pasta, con quella senza glutine, con un’ottima resa.

Suggerimenti:
– potete aggiungere, a piacere, mozzarella, pancetta affumicata o qualsiasi altra cosa che la vostra fantasia vi suggerisce, perché questa è un’ottima basa da cui partire;
– per la besciamella, chiunque può utilizzare la fecola, al posto della farina 00, per addensare, e la differenza non la noterà nessuno!

Con questa ricetta partecipo al The Recipe-tionist di questo mese di Cuocicucidici

A presto
Stefania Oliveri

Mio marito non fa più il maiale la domenica, solo il tacchino!

(In questo post: hamburger di tacchino)
Non ci crederete, ma dolce doppio vuole perdere il titolo…
E già, si è messo a dieta! Fa la Dukan, che per me è la Du Pal! 
Mangia solo proteine, è scrupolosissimo, mai uno sgarro.
E così mi costringe a mangiare da sola, tutto quello che preparo… e a non avere un confronto con un palato adulto che critica (anche se sotto costante minaccia) più per il piatto in sé, che per i suoi gusti personali…
Si è pure iscritto ad un corso di inglese, così due volte a settimana torna parlando english with everybody… Anche se nessuno di noi lo capisce, ognuno per motivi diversi, sopratutto quando pronuncia la o come una a e invece di dire most, dice must!
L’ultima novità, è che fa anche ginnastica, ogni mattina va a correre, fa le flessioni e i saltelli con la corda… 
Ma la novità più sconvolgente è che si è iscritto pure in palestra… E ora lo so che state pensando tutti… Fatto sta, che in questa sua ultima mania, ha coinvolto anche me e mi ha iscritto nella sua stessa palestra.
“Una sorpresa”, mi ha detto! “
Una sorpresona” ho pensato io, già stanca solo di saperlo… 
E come se non bastasse, mi ha iscritto fino ad aprile 2014… Cioè, mi ha dato solo una grande voglia, di credere e sperare che la profezia dei Maja si avveri…
Abbiamo anche già fatto la prima lezione di step… Lui, tutto gasato e frizzante, io stanca già prima di cominciare… E mentre saltiamo su e giù da questo gradino, io vorrei solo dormire, mentre a lui le endorfine lo caricano.
Ma ho scoperto una cosa bellissima. Arriva il momento degli addominali e ci si distende terra. E sebbene siano gli esercizi più odiati da tutti, io li adoro. Ho scoperto che è il momento migliore per dormire! E che sogni sono riuscita a fare in quel quarto d’ora! Ho sognato di essere fuori per negozi a scaricare la carta di credito del dolce doppio… 
Mi sa che non vedremo risultati degni di nota in questi 16 mesi di palestra… Forse era meglio investire il denaro in altro…
In ogni caso, questo è anche il motivo per cui il mio dolce doppio, la domenica, non fa più il maiale…
Però non ha smesso di cucinare (grazie a Dio!) e ha preparato degli hamburger buonissimi. Solo hamburger direte voi? Ma avete presente Jamie Oliver? Lui lo ha ispirato e ora chi lo ferma più? E allora, grazie anche a Jamie!
Hamburger di tacchino6626



Hamburger di tacchino del dolce doppio (forse ancora per un po’…)

500 gr. macinato di tacchino
1/2 cipolla media, tritata 
1 uovo
1 pacchetto di crackers (lui Schaer, che sono anche addizionati con un po’ di origano)
1 cucchiaio raso di senape di Digione
timo
sale
pepe 
Il procedimento è piuttosto semplice. Mettete tutti gli ingredienti in una terrina e mescolateli insieme. Poi fate delle palline di uguali dimensioni. Quindi schiacciatele fino a farle diventare della forma degli hamburger. Questo passaggio, che sembra semplice, non lo è affatto. Date una pallina a me e io riuscirò a farla diventare una goccia, un fiore, un schizzo, tutto fuorché un cerchio. Datela a mio marito e verrà un cerchio perfetto! Ma d’altro canto, è, o no, un ingegnere???

Far cuocere su piastra rovente qualche minuto per lato e condite con un goccio d’olio a crudo.
Una meraviglia!
P.s. Io ho guarnito con un’insalatina e dei semi di girasole, ma non è indispensabile!

Suggerimenti:
– potete prepararne in abbondanza e conservarli in freezer. In questo caso tagliate dei quadrati di carta forno e inseriteli fra un hamburger e l’altro;
– mi hanno chiesto perché ha usato i crackers. In realtà potete usare anche fette biscottate, pangrattato o volendo anche della mollica di pane…

A presto
Stefania Oliveri