Shourba ads, ovvero zuppa di lenticchie rosse con cipolle e vi insegno come non leggere una ricetta!

Come si fa a convertire le ricette normali in ricette senza
glutine? C’è un modo di farlo in maniera professionale?
Ahimè, no! O forse, per fortuna! Sarebbe bello aver un
convertitore di ricette per celiaci, ma non esiste… non ancora.
E però bisogna, sicuramente avere alcune qualità, altrimenti
non funzionerà mai una ricetta.
E’ indispensabile avere:
1.    
un grandissimo senso dell’umorismo…
2.    
la capacità di far fronte al fallimento totale
3.    
la capacità di far fronte ad un bisogno
ossessivo di farlo bene
4.    
soprassedere al gran numero di utensili e teglie
sporchi tutti nello stesso momento
5.    
non preoccuparsi della forma, ma piuttosto della
sostanza
6.    
avere gioia nello sperimentare con le farine GF
7.    
e dulcis in fundo, ma assolutamente necessaria,
una certa capacità di scremare una ricetta (vedi  sotto)
Tuttavia, detto questo e sull’ultimo punto ho una
confessione da farvi.
Mia mamma è stata la prima fonte (orale) di ricette non
appena mi sono sposata. Non saltava un pranzo o una cena in cui non la
chiamassi per chiederle come si faceva una cosa o l’altra. Non era importante
che io l’avessi già fatta, perché comunque continuavo a chiamarla, per avere
conferma… Così ho imparato un sacco di cose di cucina, quanto meno le
fondamentali. Perché mia mamma era una cuoca provetta e cucinava un sacco di
cose che io non mi sono mai sognata di fare (leggasi cannoli in casa…)
E però, non credo di aver mai visto un libro di ricette in
casa nostra. Il primo entrò quando io ero già più che diciottenne, ma non credo
che sia mai stato usato. Anzi, se devo essere sincera, ne sono certa! Ricordo
che invece possedeva un “ricettario”. Forse proprio ricettario non si potrebbe
chiamare, visto che trattavasi di “pizzini” raccolti dentro un barattolo
quadrato di plastica trasparente con il coperchio arancione. Una volta, io
credo avessi 11 anni, lo prestò ad una vicina. Quando dopo un mese, il
“ricettario” non tornava a casa, mia mamma glielo chiese, ma la vicina affermò
che l’aveva perso… Amen! Mia mamma non ebbe mai indietro i suoi pizzini e l’unica
ricetta che facevo guardando le dosi, una torta di mele, andò rovinosamente
persa per sempre… Ma lei ha sempre continuato a cucinare. E tutto quello che
sapeva era un “cimelio di famiglia”, passato da madre in figlia per secoli –
senza nulla scritto.
A me, però non è passato niente. Non perché lei non volesse,
ma perché io non ero abbastanza interessata… E quando mi interessai, mia mamma,
oltre alle basi, sembrava avesse dimenticato ogni cosa…
Quando ho scoperto poi di essere celiaca e di ritrovare i sapori
perduti, ho dovuto cercare prima nella memoria dell’infanzia, che è costellata
di iperboli e grandi buchi (simili a quelli dove il cane nasconde il suo osso…
peccato che io non abbia quel fiuto…) e poi nei libri…
Inutile dire che, le mie capacità di lettura di una ricetta si
siano sviluppati col tempo e da sole…
Tuttavia, così come in tutte le cose, la mia capacità di
apprendimento, deriva dal particolare e non dal generale. Per cui, mentre leggo
una ricetta , se vengo rapita da un ingrediente, da una cottura, o anche da un
utensile usato, tutto il resto passa in secondo piano. Io comincio a
fantasticare su quello, allontanandomi del tutto dalla ricetta originale e
passo dal negozio dove l’ho visto, alla forma che vorrei dare, alla persona a
cui voglio farla assaggiare, perdendo completamente di vista ciò che sto
facendo: leggere una particolare e specifica ricetta!
Tutto questo fa di me una terribile lettrice di ricette.
Amo i libri di cucina. Ne possiedo a bizzeffe, ma a quanto
pare mi resta poco, se non visioni delle foto, dei titoli e piccoli frammenti
di ingredienti preferiti …
Come se non bastasse, c’è anche un contorno che non aiuta.
Esempio:
Titolo: Africa e medio-oriente. Le migliori ricette di
Tunisia, Maghreb, Israele e altri paesi
Sorso di tè, libro aperto, pargoli che litigano, perdo la
pagina nel libro, dico ai pargoli di smettere, non ho più tè, mi alzo a versarmi
un altro po’ di tè, consolo il pargolo n. 3, nel frattempo dò un’occhiata a FB
ed e-mail, mi ricordo del tè sul bancone, prendo il limone, offro il tè al
pargolo n. 3 per distrarlo, il mio tè è diventato ghiacciato, me lo riscaldo al
microonde (bleah!), torno alla sedia, prendo il libro, trovo la pagina e cerco
di leggere.
Ricomincio
Titolo: Africa e medio-oriente. Le migliori ricette di
Tunisia, Maghreb, Israele e altri paesi
Sorseggio il tè schifoso, ignoro il telefono che squilla,
penso qualcuno risponderà, nessuno risponde, leggo il titolo della ricetta, non
la capisco, abbasso il libro e rispondo al telefono.
Titolo: Africa e medio-oriente. Le migliori ricette di
Tunisia, Maghreb, Israele e altri paesi
Riesco ad andare avanti, leggo la ricetta
Ricetta:
Farina (chiedendomi che farina uso?) “Mamma ho fame”, oh sì,
è ora di pranzo, oh sì, la lettura?
Ricetta:
Burro chiarificato (cosa cucino? Cosa dò da mangiare alle
belve fameliche? mi chiedo, che cosa stavo leggendo?)
Titolo: Africa e medio-oriente. Le migliori ricette di
Tunisia, Maghreb, Israele e altri paesi
Ricetta: farina, burro, bla bla bla bla bla bla bla bla bla.
Ripeto. E ripeto e ripeto…
Ecco come leggo una ricetta…
Se, come me, siete distratti durante la lettura, prestate
attenzione prevalentemente all’insieme e immaginate quali farine GF
migliorerebbero quel cibo. Forse, se riuscissi anche solo in questo, sarei a
metà dell’opera…
E voi, come leggete una ricetta?
Shourba ads
Ingredienti
350 g lenticchie rosse decorticate
2 cucchiai di olio d’oliva
3 grossa cipolla, tritata finemente
1 carota (l’ho aggiunta io, ma se vedo cipolla, per me c’è
sempre anche una carota)
1 cucchiaino di cumino macinato
1/2 cucchiaino di semi di coriandolo macinato
2 litri di brodo vegetale (ma dovrebbe essere di pollo)
sale e pepe nero appena macinato
2 cucchiai di succo di limone
prezzemolo
250 gr di riso basmati (mia aggiunta)
2 bacche di cardamomo
Sciacquare le lenticchie sotto l’acqua fredda. Scaldate l’olio in una pentola a pressione e aggiungete una cipolla e la carota tritate e cuocete fino a quando la cipolla non diventa trasparente, circa 10 minuti. Aggiungete il cumino
e il coriandolo e fate cuocere a fuoco lento per altri 1-2 minuti. Incorporate le lenticchie
e brodo homemade. Chiudete il coperchio e fate cuocere nella pentola a pressione per virca 20 minuti. Quando è pronto frullatelo con un frullatore ad immersione per farle diventare una crema.
Quando è pronto, aggiustate di sale e aggiungete il succo del limone.
Nel frattempo preparate le cipolle. Togliete la buccia, lavatele e tagliatele a rondelle. Quindi mettetele in una larga padella dove avrete fatto scaldare dell’olio e fatele cuocere per circa 10 minuti, o fino a quando non si doreranno.
Servite la zuppa con il prezzemolo tritato, gli anelli di cipolla. Servite caldo con del riso basmati a parte.
Il riso basmati l’ho preparato seguendo le indicazioni di Ottolenghi che ho visto hanno usato le bravissime Starbookers. E cioè:
In una casseruola larga ho messo dell’olio e i semi di cardamomo, quindi ho aggiunto il riso e l’ho fatto tostare. Quindi ho aggiunto l’acqua calda e ho fatto cuocere per 15 minuti a fuoco basso e con il coperchio. Quindi spegnete e lasciate riposare, sempre coperto per altri 10 minuti. Quindi sgranatelo con una forchetta. Perfetto!
Con questa ricetta partecipo all’iniziativa Salutiamoci di cui le ideatrici son Lo, Cobri, Brii e Stella, che questo mese è stato ospitato da Valentina de La cuoca pasticciona e il cui tema è La cipolla
A presto
Stefania Oliveri

Non è la solita crema… detersivo ecologico per piatti

Come sapete non avevo più detersivo per i piatti.
E come sapete non ho tempo.
E come sapete, ancora, ho deciso di farmelo a casa per essere più ecologica… Oltre che perché me lo posso fare di notte quando i negozi sono chiusi!
E così ho visto questo post e ho deciso di autoprodurmelo!
Ormai, tanto, i limoni ce li ho!
Io l’ho fatto col Bimby, ma si può fare anche senza!
E se vi chiedete che c’entra il detersivo con un blog di cucina, vi dico subito che i piatti li deve pur lavare qualcuno e comunque con una ricetta vi lascio! 😉
Detersivo ecologico 

Ingredienti

per circa 1 litro di detersivo
3 limoni

400 ml di acqua
200 gr di sale
100 ml di aceto bianco
Tagliate i limoni a pezzi piccoli (o a rondelle). Non occorre sbucciarli, ma dovete assolutamente togliere i semi. Frullate i limoni a lungo con un mixer (o nel Bimby) con un po’ di acqua e il sale. Bisogna frullare a lungo finché non otterrete un composto fluido (indispensabile per evitare intasamenti del filtro della lavastoviglie, eliminare ogni beneficio di risparmio, dovendo chiamare l’idraulico….)  Mettete il composto in una pentola, aggiungete tutta l’acqua e l’aceto e fate bollire per circa 10 minuti, mescolando (per non farlo attaccare). io l’ho fatto cuocere nel Bimby: 10 minuti, 90 gradi, velocità 1. Io in realtà l’ho fatto cuocere circa 25 minuti… forse ho sbagliato qualcosa… In ogni caso, alla fine della cottura l’ho frullato per 20 secondi alla massima velocità. Se non avete il Bimby, filtratelo. Mettete il composto in vasetti di vetro (anche essi riciclati!)

Suggerimenti:
usate due cucchiai da minestra per ogni ciclo;

-non mischiate il detersivo fai da te a quello classico per lavastoviglie;

-è consigliabile alternare questo detersivo fai da te uno con detersivo lavastoviglie tradizionale;

-si può usare anche per lavare i piatti a mano:  in caso di stoviglie unte basta aggiungere sulla spugnetta un po’ di detersivo classico per piatti a mano. Questo, al contrario di quello per lavastoviglie, può essere mescolato con quello fai da te;

-versate il composto nei barattoli di vetro ancora caldo, come si fa per la marmellata, per creare il sottovuoto che conserva il detersivo più a lungo.

– scrivete sopra che è detersivo, i miei figli volevano mangiarlo…

A presto 
Stefania Oliveri

Barrette ai fiocchi di mais senza glutine e approfitto degli sconti

Ho comprato 5 paia di calzamaglia al pargolo n. 3.
Perché?
Perché io non so resistere agli affari!
E ho ottenuto il 20% di sconto. Cioè, il 20% di sconto si otteneva solo acquistandone 5 paia…
Quando serviranno queste calze nella nostra amata e calda isola?
Be’, mica potevo farmi questa demanda davanti ad una proposta così allettante.
Prendere o lasciare… E io ho preso!
Però, a mia discolpa, quest’anno andremo in montagna, sulla neve, quindi un paio di calzamaglie ci volevano proprio…
Cosa se ne farà per gli altri 360 giorni? 
Niente… ma io spero sempre di partire per paesi freddi… 
E speriamo che le calze non siano come il costume olimpionico che mi regalò mio fratello un natale. Lo desideravo tanto, perché frequentavo la piscina e indossavo un costume a fiori, (l’unica con il costume a fiori), ma dal momento che lui mi ha regalato il costume, io non sono più andata in piscina!

Ora, grazie a Dio, non è stato così con l’olio che ogni settimana mi mandano per provarne la bontà. Perché ogni volta che ne apriamo uno non riusciamo a smettere di usarlo.
Stavolta è toccato ad un olio ligure. 
Di quelli assaggiati finora, forse, il più delicato. Per questo abbiamo deciso di preparare un dolce, perché il suo sapore non è invasivo, sebbene abbia carattere.
La produzione dell’Olio Riviera Ligure, che è un DOP, dopo aver superato controlli su controlli, analisi, esami e quant’altro,  rappresenta però solo l’ 0,8
per cento, rispetto alla produzione nazionale, sebbene sia la regione più famosa per l’olio. La sua fama è sicuramente dovuta alla qualità e alla bontà delle sue olive, la famosa Taggiasca, sebbene non sia l’unica del territorio. L’olio che ne deriva è profumato, ma delicato allo stesso tempo, fruttato e non invasivo, perfetto anche per premarare un buon dolce.
Io ho deciso di preparare delle barrette ai fiocchi di mais con frutta secca. Ogni giorno a merenda ne mangio una, e da tanto tempo volevo crearmi la mia personale varietà. Ho messo dentro quello che mi piace di più e con questi ingredienti ne sono venute fuori 12. 

Barrette di fiocchi di mais

Ingredienti :

70 g prugne snocciolate

30 gr di mirtilli rossi essiccati (cranberries)
80 g fra semi di girasole, semi di sesamo e pistacchi tritati
60 g di fiocchi di mais Sarchio (senza glutine)
50 g di miele millefiori Sarchio
40 g di olio Riviera Ligure
20 g di burro
30 g di zucchero di canna chiaro Sarchio
Preparazione:
Tritate grossolanamente i pistacchi e le prugne.
Accendete il forno a 200°C. Ricoprite la placca con carta
forno.
In una piccola casseruola riunite l’olio, il burro, lo
zucchero e il miele e mescolate a fuoco basso fino a quando gli ingredienti si
saranno ben amalgamati.
Unite, quindi, tutta la frutta secca e i fiocchi di mais,
mescolando a fuoco basso per amalgamare.
Versate il composto sulla placca da forno con uno spessore
di 2 cm circa e cuocete nel forno già caldo per 10 minuti, ma guardate
perché ogni forno è diverso.
Togliete dal forno la placca e dividete il dolce in barrette
(o simil tali). Lasciatele raffreddare e trasferitele su un foglietto di carta
forno per dividerli una dall’altra.
Perfetto snack, oltre che salutare e biologico.

Anche questa ricetta la potete trovare sul sito dell’Associazione Città dell’Olio che promuove la buona cucina, attraverso il buon olio italiano

E, come al solito, le mie amiche di avventura hanno proposto delle meraviglie che potete vedere nei loro blog:
Patty, Andante con Gusto, Torta di Mele my way con Olio Extra vergine 
Teresa, Scatti Golosi, con i Taralli all’olio
Faustidda, Caffè col cioccolato, con la Stroscia

Sabina, Cook’n’Book con la Torta al moscato rosa e Olio Extra Vergine, new entry graditissima!

A presto
Stefania Oliveri

Pizza di cavolfiore, senza farina e light

Non ho più caffè.
Supplisco col tè.
Non ho più limoni.
Ma domani il mio fratellone me li porta bio del suo giardino.
Non ho più nemmeno il sapone per l’igiene intima…
Ok, supplisco col bagnoschiuma.
Non ho nemmeno il sapone per i piatti.
Cerco su internet una alternativa casalinga.
Non ho più nemmeno alcol (spirito) e cotone idrofilo.
Per fortuna ce l’aveva la signora che è venuta a farmi le analisi.
Non ho più pinoli e per una sicula equivale a non avere aria.
Non ho nemmeno più zucchero, cioccolato, semi vari, e frutta secca di nessun tipo…
Questo è meno grave, ma se pensate alla mia dispensa di un tempo…
Il fatto è che non ho più nemmeno tempo e quando ho tempo è perché sto male..
E però avevo un cavolfiore. E pure bello grande.
Io adoro il cavolfiore, e anche il pargolo n.2. Ma i pargoli n. 1 e 3 lo odiano. Esattamente come il n. 2 odia i fagioli. E io che faccio? Li trasformo!
E così ho trasformato anche il cavolfiore. Non ancora in una torta, come per i fagioli, ma alla pizza ci sono arrivata… ed ecco come!

Pizza di cavolfiore
1 cavolfiore piccolo (circa 450 gr da cotto, oppure una parte, come ho fatto io, di uno grande)
30 gr di parmigiano
60 gr di mozzarella
1 uovo
origano secco
sale
basilico secco (o fresco)
Io avevo un cavolfiore già cotto a vapore, ma se partite da zero è
meglio. Quindi tritate il cavolfiore con un cutter piuttosto potente, fino a
renderlo come semola. Mettete in una pirofila da microonde (se non è cotto come il mio), coprite e cuocete
per 4 minuti. A questo punto un passaggio obbligatorio ed è l’unico un po’ noioso.
Prendete un canovaccio pulito e trasferitevi il cavolfiore e cominciate a
strizzare. Uscirà tantissima acqua. Il mio cavolfiore si è ridotto quasi della
metà.
Quindi in un mixer aggiungete il parmigiano grattugiato e la
mozzarella tagliata a cubetti, il sale, l’uovo e l’origano e il basilico e
tritate il tutto.
Prendete il composto e stendetelo, con le mani, in una teglia rotonda per
pizza, coperta con carta forno e fate cuocere in forno preriscaldato per una
decina di minuti o fino a quando non sarà cotta con la crosticina, come questa.
Condite con salsa di pomodoro (io la faccio con la cipolla,
ma ognuno di voi usi la sua ricetta), mozzarella, basilico e origano  e tutto quello che vi piace di più (io adoro
le cipolle) e rimettete in forno fino a quando la mozzarella non si sarà
sciolta (da 5 a 10 minuti).
E’ talmente buona che l’ha mangiata anche il pargolo n. 3
che odia il cavolfiore.
Con questa dose viene una pizza grande e una pizzetta.

Suggerimenti:
-essendo totalmente senza farina, è adatta ANCHE ai celiaci!
A presto
Stefania Oliveri

Pasta senza glutine e senza uova? Si può. Vademecum per sopravvivere alla celiachia!

Lo confesso, non è facile cucinare senza glutine.
Soprattutto, non è facile cucinare certe cose senza glutine. Fra queste, la
pasta. Non voglio spaventarvi, non ho detto impossibile, ma difficile, sì!

Per cui, se siete celiaci freschi freschi, o amici di celiaci
che vogliono cucinare per l’amico “sfortunato”, decidete di preparare altro e
di lasciare la questione pasta a chi è un po’ più navigato.
Detto ciò, però, voglio darvi qualche dritta, perché
“navigati” non si nasce. Così se avete risolto i primi 400 problemi di fronte
ai quali vi siete trovati, è l’ora di risolvere (o almeno provarci) anche la
401°: la pasta.
Premesso che sebbene alcune farine siano naturalmente gluten
free, non sono comunque adatte ad essere usate per un celiaco, perché devono
essere certificate che non ci siano contaminazioni che ci “avvelenino”, passo
subito a dirvi che io mi sono sempre cimentata con le farine prive di glutine
naturalmente. Questo rende le cose particolarmente più difficili, perché
bisogna far trovare a queste farine l’elasticità che solo il glutine da…
Ecco allora che un alleato prezioso è lo xantano. Lo xantano
è un … è un… è un qualche cosa che rende elastici i cibi (andate a guardare fra
gli ingredienti delle chewing gum e poi mi sapete dire). Senza lo xantano sarà
tutto più difficile, per cui è meglio usare le farine dietoterapiche (per
intendersi quelle miscele già pronte che si comprano in farmacia!).
Anche con le farine dietoterapiche però non è così semplice.
E chi è molto più navigato di me, facendo prove e riprove, ha constato che solo
dal miscelare le varie farine si ottengono degli impasti perfetti. E quando
dico perfetti, voglio dire del tutto corrispondenti al sapore originale e o una
copia similissima.
L’errore comune è quello di credere che una farina valga l’altra. Non è così nemmeno per le farine col glutine, e tutti sanno che, usare una 00 non è la stessa cosa che usarne una rimacinata… Stesso discorso vale anche per le farine senza glutine! Se si metabolizza questo concetto, si capisce bene anche che per realizzare delle ricette senza glutine, soprattutto quando si parla di lievitati o  impasti, non è sufficiente cambiare farina e il gioco è fatto. Persino con le farine dietoterapiche, non funziona e i risultati, quindi, diventano deludenti, con conseguente convinzione che il cibo senza glutine è cattivo, e quindi è meglio lasciarlo mangiare solo ai celiaci, che sono costretti a farlo.
Io, invece, voglio convincervi del fatto che si possono raggiungere dei risultati soddisfacenti anche con le farine senza glutine, ma solo se si seguono i consigli di chi ha fatto esperienza prima di voi.
Detto questo, voglio anche sottolineare un’altra cosa importante. Siccome le farine senza glutine non sono tutte uguali, alcuni pionieri come Olga Botta ed Emanuela Ghinazzi nel loro libro, che io definisco la Bibbia per celiaci, “Ricettario per celiaci“, evidenziano che per la riuscita di un buon cibo è necessario mescolare farine diverse, sia esse dietoterapiche, sia esse naturalmente senza glutine.
Un’altra cosa importantissima da sapere è che le farine senza glutine, tutte, assorbono una maggiore quantità di liquidi. Questa, è una delle motivazioni per cui i lievitati vengono più duri se non si aumenta la quantità dei liquidi presenti. Aumentando però i liquidi, la lavorabilità risulta davvero più complicata e duplicare dei formati, a volte, è quasi impossibile.
Un alleato preziosissimo per le farine senza glutine è lo xantano. Il problema è che questo ingrediente non è facilmente reperibile. Io stessa, ho avuto grandi difficoltà in una grande città come Palermo… Chiedete alla vostra farmacia di procurarvelo, sempre che siano disponibili. Più facilmente invece si trova la farina di semi di carruba. Mi raccomando, di semi di carrube, perché solo quelli hanno un potere gelanizzante, che può imitare l’azione del glutine. Questa farina si trova nei negozi Naturasì. La quantità da usare di entrambi i componenti è davvero minima, ma fondamentale per un risultato simile a quello con le farine col glutine. Per gli impasti lievitati usate e da 2 a 4 grammi ogni 100 gr di farina…..
I costi, neanche a dirlo, sono proibitivi per entrambi.
Anche la questione costi, infatti, influisce grandemente sulla preparazione di pietanze senza glutine, e pur volendo usare prodotti alternativi a quelli dietoterapici, i costi sono sempre nettamente superiori. Pensate solo al costo del riso rispetto alla pasta, o della fecola rispetto alla farina 00… Insomma, “cornuti e bastonati”!
Facendo un riassunto le difficoltà a cui si vanno incontro sono tre:
– difficoltà della lavorazione delle farine senza glutine;
– difficoltà nella reperibilità di ingredienti indispensabili;
– costi proibitivi.
Per quanto riguarda la pasta fresca senza glutine, devo confessare che l’ho fatta poche volte, ma sempre con l’uovo. Questo perché, un’altra difficoltà, oltre all’elasticità delle preparazioni, è quella di far stare insieme questi prodotti.
Però non è impossibile e tante amiche celiache (Olga e Manu, Annalisa, Vale, Gaia e Ema e non me ne vogliano le altre se le dimentico)  hanno sperimentato prima di me e ci sono riuscite e perché non io? 
Ho usato una farina dietoterapica, per pasta fresca della marca L’Altro Gusto che mi sembra molto ricca di xantano (errata corrige: Luigi Capparelli, titolare della ditta, mi ha segnalato che la farina non è particolarmente piena di glutine, come avevo supposto io, ma hanno trovato il giusto mix per dare la giusta consistenza alle pietanze). Se infatti siete alle prime armi, o non sapete dove reperire questi alleati incredibili che sono lo xantano o la farina di semi di carrube, andate sul sicuro e acquistate direttamente una farina dietoterapica, come ho fatto io. 
Qui trovate la mia ricetta

Il risaltato è stato piuttosto soddisfacente e, addirittura, l’impatto era bello elastico come si conviene. Poi l’ho lasciata seccare per circa due ore, anche se su questo non c’era nessuna indicazione.
La prova cottura è stata seguita da molta trepidazione. Riuscirà a mantenere la forma, o si trasformerà tutto in una poltiglia immangiabile?
Essendo pasta fresca ho pensato che i tempi di cottura potevano essere brevi. Quindi l’ho fatta bollire per tre minuti, l’ho assaggiata e andava benissimo. Quindi l’ho scolata, condita, fatta saltare in padella per un minuto e servita. La prova è stata brillantemente superata!
Sono felice di condividere con voi questi risultati, perché non solo, mi sembra aprano le porte a tanti celiaci, ma soprattutto spero che aiuti i non celiaci ad essere meno spaventati nell’approccio ad una cucina senza glutine. 

Solo tre ingredienti e nessuna cottura e il dolce è fatto: crema ai lamponi

Febbraio e giugno. 
I mesi peggiori dell’anno.
Almeno per le mamme e, a volte, per i figli.
I mesi della fine del quadrimestre. I mesi delle pagelle.
E arrivano, ogni anno, puntuali. 
Così come puntuale è il ricevimento dei genitori.
Perché poi si chiami “dei genitori”, ancora me lo chiedo. 
Il 95% dei genitori presenti son femmine, ergo sono le mamme. Quindi perché lo chiamano dei genitori???
Quindi, al solito ricevimento delle mamme, ci sono andata anche io. Il primo è stato il pargolo n.2.
Stavolta, sono stata previdente e ho chiesto, con insistenza di conoscere la data. Così, invece di scoprirlo alle 14 dello stesso giorno, l’ho saputo il giorno prima (largo anticipo, stavolta!)… 
Il pargolo n. 2, spiazzato da cotanta mia solerzia, non si era ancora preparato il discorsetto con le relative scuse… Ha solo balbettato “è domani,… ma… mamma, non c’è bisogno che tu vada….”
Ovviamente, non trovando il libretto delle giustificazioni, ho subodorato l’inganno (sono meglio di Sherlock Holmes!) e sono andata. 
Sapevo che non mi dovevo aspettare molto… Ma una schedina, questa non me la aspettavo! E quest’anno non c’è nemmeno l’educazione fisica ad alzare la media!
Giusto per non smentire la lettera di San Valentino!
 
 

 

 

Crema ai lamponi di Francesca di Un giro in cucina

Ingredienti:
250 gr di lamponi (io surgelati)
250 gr di panna fresca da montare
2 cucchiai di zucchero a velo (unica modifica)125 gr di confettura di fragole e fragoline (gentilmente fatta e donata da Stefania)
In una ciotola ho montato a neve la panna con lo zucchero a velo. A parte ho frullato i lamponi, che ho mescolato alla panna, insieme alla marmellata di fragole e fragoline. That’s all!
Servire con un lampone per ogni coppa.

I pargoli ringraziano sentitamente Francesca!

Con questa ricetta partecipo al Recipe-tionist di EliFla

 
Infine, ma non ultimo, voglio augurare un meraviglioso compleanno al mio fratellone. Di solito ci penso un mese dopo (la tempistica per me è tutto), e questa volta, che sono in tempo, voglio dedicargli questo dolce. Ti voglio bene!
 
A presto
Stefania Oliveri

Rifatte senza glutine: crumble di banane e tre sorprese


Tre sorprese!
E tutte e tre nello stesso mese. 
E tutte e tre inaspettate.
Perché è proprio vero, le cose capitano quando meno te lo aspetti.

La prima grande sorpresa è stata vincere l’MTC. Non ci speravo più… e soprattutto non pensavo che il SENZA GLUTINE invadesse l’etere con tanto scrupolo e attenzione. Grazie ancora per la vostra estrema sensibilità e per come vi mettete in gioco e, soprattutto, perché vi state immedesimando nella nostra condizione. E questo è il risultato più grande in cui potessi sperare.

La seconda sorpresa l’ho avuta a San Valentino. Sì, avete letto bene, San Valentino.
Perché i miei pargoli, maschi e disinteressati, svogliati e indifferrenti (come solo i maschi sanno esserlo), mi hanno fatto una sorpresa. Mi hanno scritto, nientepopòdimenoche, una LETTERA! 
Non potevo credere ai miei occhi. Hanno preso un foglio e una penna e mi hanno scritto una lettera… Be’, chiamarla lettera, forse è un po’ ardito, ma 10 righe (comprese le firme) sono più di quanto potessi mai immaginare, quindi la chiamo lettera. Ho riso per mezz’ora di seguito, perché sono stati dolci e per quello che hanno scritto… e ora giudicate anche voi…

La terza sorpresa l’ho avuta a scuola.
Sì, a scuola! Ieri sono arrivata trafelata come al solito, incavolata perché il pargolo n. 1 non è entrato (“mamma è San Valentino e io DEVO incontrare una ragazza” – chissà se avrà scritto una lettera anche a lei… -). entro in classe e i miei alunni ci sono tutti (“ma non festeggiano San Valentino questi? non hanno ragazze da incontrare?”). In ogni caso, cominciamo la nostra “bella” lezione. Nel bel mezzo, arriva una collega, mi porta delle caramelle (“le ho scelte senza glutine per te”! WOW!) e poi mi dice: “vieni fuori, guarda un po’…” 
I miei alunni stanno facendo un bellissimo flash mob! 
Non posso credere ai miei occhi… Ma quando l’hanno organizzato? E come è possibile che non me ne sia accorta??? Insomma un moto d’orgoglio si impossessa di me per tanto spirito di iniziativa…

E dopo queste tre sorprese, riuscirà il mio animo sensibile a reggere cotanto stupore?

E ora passiamo alla ricetta di oggi, che fa parte di un altro progetto d’amore. Ogni mese, pubblichiamo tutte insieme una ricetta senza glutine, del blog che ci ospita. Questo mese è toccato (sarà un caso) Marcella di Celiaca per amore
Marcella non è celiaca, ma lo è suo marito. Per suo marito ha aperto un blog di cucina, per dimostrare che si può mangiare bene anche senza glutine e anche se non si è celiaci… Se non è amore questo…

La ricetta è una base di pasta frolla, con un ripieno di banane e un crumble che non avevo mai fatto. Il risultato è molto buono, anche se io ho anche fatto delle crostatine con la mela al posto delle banane, per “amore” dei miei pargoli che non le amano tanto. 
Crostatine alle banane con crumble di riso (lascio la parola a Marcella, perché io non ho cambiato quasi niente)
BASE 
pasta frolla con le seguenti dosi, con il mix di farine naturali
300 g di farina
2 tuorli + 1 uovo intero (grandi)
100 g di zucchero
100 g di burro
1/2 cucchiaino di lievito
RIPIENO
1 banane  e 2 mele
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di cannella
pinoli (3 o 4 per minicrumble)
succo di limone
uvetta passa
CRUMBLE
1 bicchiere di farina (io di riso)
1 bicchiere di zucchero
50 grammi di burro
2 cucchiai di cannella
Ho preparato la pastafrolla, e ho preparato nei pirottini delle minibasi, su cui ho aggiunto un cucchiaio di banane a pezzetti (precedentemente marinate con succo di limone e zucchero), qualche pinolo e l’uvetta precedentemente ammollata.
Per il CRUMBLE.
Ho sciolto in un pentolino il burro a fuoco bassissimo, ho aggiunto la farina, lo zucchero e la cannella. Bisogna mescolare continuamente, finché non si formano dei molliconi (crumbles, appunto) di composto. Ho tolto il composto dal fuoco e l’ho lavorato con una forchetta per far diventare i ‘molliconi’ delle mollichine (deve diventare tipo pangrattato), e con quelle ho ricoperto i minicrumbles.
Li ho cotti 15 minuti nel forno ventilato preriscaldato a 180 gradi…..e intanto ne ho preparato altri senza pasta frolla sotto, mischiando mele e banane, ma sempre ricoperte di crumble.
Se volete partecipare il prossimo mese, la ricetta sarà quella di Fabiana,  l’Apple Pear Crisp.


Vi aspettiamo il 15, e qui potete trovare tutte le informazioni.

A presto
Stefania Oliveri

Torta al cioccolato e panna facile e senza lievito: piccoli uomini crescono…

Il pargolo n. 3 ha fatto 11 anni.
Ormai lo conoscete anche voi da quando ne aveva appena 7.
E come tutti i numeri 3, non è stato cercato…
Effettivamente, se proprio devo dirla tutta, non era stato nemmeno pensato.
Quando scoprì di essere effettivamente incinta (perché il sospetto mi era già venuto due mesi prima, ma fino all’ultimo non avevo voluto saperlo), piansi a dirotto.
“Ma come”, mi chiedevo, “ma come è potuto succedere???” (sebbene la mamma mi avesse spiegato come succedessero queste cose, qualche giorno prima del matrimonio…)
Non era proprio il momento…
Ma sono certa che il momento non sarebbe mai arrivato se non per un assoluto caso: io non volevo figli e soprattutto non volevo figli maschi!
Invece le cose capitano, per caso e per incoscienza. 
Solo sette mesi prima avevamo fatto la domanda di adozione, dopo averci pensato per ben 5 lunghissimi anni, e ci avevano detto che non ci avrebbero mai dato dei bambini.
Troppo giovani, troppo protestanti (siamo pentecostali), e soprattutto, troppo fecondi. 
Sì, noi potevamo avere figli o, almeno, credevamo di poterli avere, visto che non avevamo mai provato ad averli. Ma fino a prova contraria…
Solo sette mesi dopo, dopo una infinità di colloqui con tutti, dallo psicologo, agli assistenti sociali, al medico, e una infinità di permessi, perfino i nostri genitori dovettero dare l’assenso (alla modica età di 32 anni) e, quasi quasi perfino alla commessa sotto casa chiesero il permesso, ci affidarono due bellissimi cucciolini, di 5 e 6 anni e mezzo. Belli, biondi, occhi azzurri, piccoli piccoli, come bambini di 3 e 4 anni. 
Solo che io ero già incinta di due mesi!
Ecco, credo di essere l’unico caso di parto plurigemellare con bambini di apparente età diversa!
In ogni caso, dopo il primo choc iniziale, perché passavamo da 0 a 3 figli, senza passare dal via, mi misi il cuore in pace e fui contentissima di aspettare anche l’ultimo pargolo.
Anche io, d’altro canto, sono una n. 3 inattesa. Eppure mia madre si è sempre professata felice di avermi avuta, perché sono la femmina che non aveva e che invidiava alle sue sorelle.
Speranzosa, decisi di credere fermamente che fosse una femmina.
All’ennesima ecografia, dopo che lo screanzato mostrava sempre il culetto, decise di palesarsi. Almeno, così credette l’ecografista, che sentenziò: FEMMINA!
Non vi dico, la mia felicità! Perché se mai un figlio doveva arrivare, doveva essere femmina…
E invece erano già arrivati due maschi…

Un tripudio di rosa si scatenò in casa mia. Tutti, dalle zie, alle amiche, ai miei alunni, alle colleghe, mi regalarono tutto rosa!
E invece, siccome siamo una famiglia di burloni, il numero 3 ci fece uno scherzo e nacque maschio!
Tre giorni senza nome, perché quello prescelto non poteva essere trasformato in un nome maschile. Ornello, proprio, non si può sentire!
Lo portammo a casa, questo frugoletto, tutti felici e contenti e perfino i fratellini più grandi, che aspettavano la sorellina, lo accolsero felicemente. Mi dissero anche che volevano tenerlo, ma mi domandarono quando era previsto l’arrivo della sorellina…
Comunque, nonostante alti e bassi, liti e felicità, scontri e accordi, sono passati 11 anni e a me sembra ancora che sia il nostro piccolo frugoletto… Ma è il destino di tutti i numeri 3, mia mamma, mi chiama ancora “la bambina”!
In ogni caso, il compleanno del pargolo è arrivato in momento davvero difficile, in cui ho pochissimo tempo da dedicare anche al sonno, figuriamoci al resto.
Ma la torta, proprio, non potevo non fargliela. Lui adora il cioccolato e la panna e così è nata questa torta 🙂
Torta al cioccolato e panna con marshmallows
Ingredienti:
400 gr di cioccolato fondente al 60%*
200 gr di burro
400 gr di zucchero (meglio Zefiro, o altrimenti date una frullatina con un mixer, così da renderlo più sottile)
8 uova codice 0 o 1
4 cucchiai di fecola*
4 cucchiai di Rum, o Cognac, o Brandy
500 gr di panna fresca da montare
2 cucchiaio di zucchero a velo*
la punta di un cucchiaino da caffè di colorante verde*
marshmallows*
Separate i tuorli dagli albumi e montate questi ultimi a neve ben ferma, aggiungendo 100 gr di zucchero. Nel frattempo fate sciogliere a bagnomaria (o al microonde come faccio io) il cioccolato spezzettatto insieme al burro, tagliato a cubetti. Fate raffreddare il composto e mescolate con lo zucchero. Quindi unite i tuorli ad uno ad uno, e nn incorporate il secondo se il primo non è ben amalgamato, e infine la fecola e il liquore. Infine incorporate delicatamente, mescolando dal basso verso l’alto, gli albumi e versate in uno stampo foderato con carta forno e fate cuocere in forno già caldo a 160° statico (o 150° se ventilato) per 50 minuti. Vale comunque la prova stecchino, sebbene la torta deve rimanere umida e non asciutta.
Infine, per renderla adatta ad una festa di undicenni, ho bagnato con un po’ di latte e Nesquik (ma davvero pochissimo e forse non ce n’è neanche bisogno) e ho guarnito con ciuffetti di panna montata e leggermente zuccherata (e colorata di verde). Con i marshmallews, tagliati a metà e dipinti come occhi (o quasi), ho fatto gli occhi degli alieni, nascosti nell’erba. Infine ho decorato con i biscotti al cacao.
Certo non ha niente a che vedere con le ultime torte in pasta di zucchero, però il pargolo è stato contento e della torta non è rimasta nemmeno una briciola.
Infine, oggi comincia, la sfida dell’MTC, che questo mese mi vede la vincitrice. Da oggi, nell’etere, fioccheranno migliaia (ok, forse ho esagerato), centinaia (forse è ancora troppo?) di Red Velvet Cake e cosa che mi rende più orgogliosa, è che saranno tutte gluten free… Cioè, questa vincita, non poteva arrivare in un momento migliore. Dedico virtualmente tutte le ricette che arriveranno al mio piccolo celiaco undicenne…
A presto
Stefania Oliveri
* guardate qui

Minestra di fagioli Badda con verza e bacon e un magnifico olio molisano

Come vi ho detto qui, l’ho incontrato!
E se è possibile, l’ho amato ancor di più!
Non perché lui sia ancora più simpatico di persona, che sulla carta scritta. Anzi.
Di presenza risulta timido e a tratti un po’ scostante. Cosa che nei suoi scritti, non è affatto!
Ma l’ho amato ancor di più, perché è un infinito pozzo di scienza, con un amore sviscerato per il cibo.
E poi, perché condivido pienamente tutte le sue teorie, dal mangiar bene (cioè con prodotti di qualità e quindi, ahinoi, più costosi) al fastidio contro la lotta intestina verso gli OGM, quando ci fanno (vi fanno, visto che io sono celiaca) mangiare un grano modificato e bombardato di raggi X, di cui nessuno parla, ma che procura gravi problemi a tutti noi (compresa, forse, la celiachia!)
Perché la soluzione non è mangiare sempre e ogni giorno carne, o pasta, o qualsiasi altra cosa, ma mangiarla una volta alla settimana, ma di qualità.
Perché la soluzione non è comprare un dado (per giunta di scarsa qualità e con glutammato), ma una volta al mese comprare le verdure, prepararle a casa e congelare il brodo homemade.
Insomma, vero è che tutto questo comporta un po’ più fatica e un esborso economico maggiore, ma sicuramente ne guadagniamo in salute e in benessere.
Vero è anche che ha parlato di strumenti casalinghi un po’ “aulici”, che, per un minuto, mi hanno fatto sognare, per poi ricadere nel baratro della realtà che si scontra con la vile moneta. Un Roner che consenta di cucinare a basse temperature col sottovuoto, quindi una macchina per il sottovuoto, una serie di coltelli, un piano cottura a induzione, che mantenga il calore costante, ecc. Insomma con la “modica” cifra di 5.000 euro, avremmo una cucina super accessoriata. Fine del sogno!
Esagerazioni a parte, è pur vero che cucinando in una certa maniera, il sapore e la qualità degli alimenti aumenta. E questo è innegabile! (magari riesco anche a farmi regalare un accessorio per volta dal dolce doppio per compleanni e Natali e in un decennio arrivo ad esaudire il mio sogno…)
Ma la mia ammirazione per quest’uomo, nasce anche e soprattutto da un altro elemento, che ai più sembrerà marginale, ma che a me, donna sulla soglia dei 45, mi pare addirittura poetico.
Perché quest’uomo, ha cominciato la sua carriera enogastronomica alla tenera età di 45 anni, dopo essersi dedicato a tutt’altro (da venditore di macchine per la produzione di lampadine, era passato per l’editoria scientifica, medica e per approdare alle produzioni televisive). Fino a quando non ha scritto il suo libro più famoso “Cuochi si diventa”, in cui dispensa consigli e segreti su come cucinare anche le cose che sembrano più banali, ma che alla fine, fanno la differenza… 
E la differenza l’ha fatta, a lui e a noi, che adesso possiamo godere dei suoi scritti e degli scritti dei diversi autori di eccellenza pubblicati sotto la sua collana Lettori Golosi…
La differenza l’ha fatta per me, che ho un progetto, che ho ancora una speranza: rendere il senza glutine quotidiano, non spaventoso. Far cucinare chiunque e più facilmente gluten free, scoprendo che non è un settore dedicato a noi, celiaci, ma va bene per tutti. Idee rivoluzionarie le mie? Forse. 
E forse sarò anche una sognatrice, una che desidera veder mangiare il suo pargolo insieme agli amici, senza doversi portare il panierino da casa… 
Ma fin quando i sogni ci sono e vedi che altri hanno realizzato i loro sogni, seppure con ritardo, continui a crederci. E lui, Allan Bay, mi ha dato questa speranza!

Prodotti di qualità, di ottima qualità anche per questa ricetta. Ne sarebbe orgoglioso, ne sono sicura, anche Allan Bay.

Il mio sguardo, sicuramente si è illuminato quando ho visto questi fagioli e non ho potuto resistere. Bello, bello, tondo, tondo e pezzato come
una mucca: il Fagiolo Badda (fasola a badda) di Polizzi Generosa. Badda,
appunto, perché in siciliano significa palla. Un presidio Slow Food che ben si accompagna ad un olio di eccellenza come quello del Molise, L’Olio di Flora, Gentile di Larino. Olio Dop, monovarietale e biologico. Se non è eccellenza questa!
E così, per la nostra rubrica sull’olio, questa settimana vi proponiamo 4 ricette di tutto rispetto per esaltare l’aroma particolare di questo olio, il cui sapore non viene meno anche con sapori forti come quelli che ho usato.
Dalle mia amiche potrete trovare le altre ricette:
da Patty di Andante con Gusto, Cavatelli con ceci di Navelli e cime di Rapa

Fagioli Badda con la verza e bacon tostato

Ingredienti:
500 gr di fagioli Badda
1/2 cavolo verza
200 gr di pancetta affumicata
1 cipolla dorata
3 carote
2 cucchiai di pomodoro triplo concentrato Mutti
olio extra vergine d’Oliva extra vergine d’oliva L’Olio di Flora 
bacon a fette, una per ogni commensale
sale e peperoncino
Mettete a mollo i fagioli per una notte. L’indomani mattina scolateli e lavate e affettate finemente mezzo cavolo verza, la cipolla e tagliate a cubetti la carota. Mettete due cucchiai d’olio nella pentola a pressione e fate soffriggere brevemente la cipolla, le carote e la pancetta. Quindi aggiungete il concentrato di pomodoro e la verza e fate rosolare per qualche minuto. Quindi aggiungete i fagioli e tanta acqua fino a coprire di un dito i fagioli. Chiudete la pentola a pressione e fate cuocere a fuoco vivace fino al fischio. A questo punto abbassate la fiamma e fate cuocere ancora per 20 minuti.
Alla fine fate uscire tutto il vapore e aprite il coperchio.
Nel frattempo, in un padellino caldo, adagiate le fette di bacon e fatele tostare da entrambe le parti, fino a quando non diventeranno dorati e croccanti. Servite i fagioli caldi con il bacon croccante e un giro d’olio a crudo.

E come sempre questa è una ricetta che potete trovare nel sito dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, che promuove le eccellenze del nostro territorio.

Vi aspettiamo fra due settimane, con un altro magnifico olio.

A presto
Stefania Oliveri

Red velvet cake per la mia prima vittoria all’MTC

Red velvet cake
Red velvet cake senza glutine
 

 

Mi sono ripresa? Non del tutto! Ma dopo 30 edizioni, non ci speravo più! E’ inutile dire che in realtà non volevo vincere ed era tutta una farsa… Io volevo vincere e volevo vincere a tutti costi. Ma volevo vincere soprattutto con me stessa! E sfida dopo sfida, la mia personale vittoria la ottenevo. Ma certo, il riconoscimento da parte di tre giudici intransigenti, e la vittoria su ben 188 altre ricette di altissima qualità, non possono che rendermi felice e soddisfatta. Ma come in tutte le cose, ti capita di vincere proprio quando meno te lo aspetti. E non perché la mia ricetta non mi fosse piaciuta, anzi! Ma perché proprio non ci speravo più. La qualità delle ricette in gara cresce in maniera esponenziale e io, stavolta, avevo avuto poco tempo, solo quello di fare una ricetta. Per questo ringrazio le signore dell’MTC e soprattutto Patty, altra grandissima donna, per aver premiato questa ricetta che ha il solo merito di essere stata fatta col cuore. Cuore che è stato visto da loro e apprezzato.

Dopo i dovuti ringraziamenti a queste tre straordinarie big (e diciamolo, sono straordinarie, perché finalmente hanno riconosciuto il merito! :D), parliamo della ricetta del mese di febbraio. Anche se prima devo sottolineare una cosa. Avrei potuto vincere uno qualsiasi degli altri mesi, quando di giorni ce ne sono 30, se va male. Avrei perfino potuto vincere in un mese in cui l’MTC si ferma, per avere un po’ più di tempo per preparare la ricetta, quando il vincitore viene definito il culacchion MTC. E invece, quando vado a vincere??? E indovinate come è stato definito il vincitore di questo mese? Sfighetton! Insomma un po’ come vincere il super Enalotto con un monte premi da fame… Ma accontentiamoci… per adesso! 
Avrei, per questo, potuto vendicarmi. E proporre una ricetta bastardissima. Una di quelle che, se proprio  non sei celiaca da 10 anni e non provi a fare lievitati da 20, non ci si riesce…
Ma io sono  troppo buona inside e quindi vi proporrò una ricetta abbastanza semplice, una ricetta del cuore, perché se è vero che febbraio è il mese più corto, è anche il mese del trionfo dell’amore e con questa ricetta potrete farne delle belle! 
Paradossalmente, io sicula doc, non vi propongo una ricetta nostra. Ecco, non perché non volessi… Ma la mia prima scelta, quando all’inizio avevo sogni di gloria, l’ho pubblicata a suo tempo e poi me l’ha soffiata la meravigliosa Roberta di Pupaccena, che mi ha fatto fare delle arancine con cui ho vinto il primo premio fotografico (wow!). La seconda che avevo proposto, era troppo bastardissima e non ve la dico nemmeno. La terza, invece, è quella che io considero la regina dei dolci, Sua Maestà la Cassata. Ma essendo Sua Maestà, non volevo denaturarla. E allora perché non un dolce oltre manica? Uno, di quel paese di cui la tradizione culinaria è tanto bistrattata, ma che, secondo me, regala delle pietanze squisite? Ecco, perché ho scelto la Red Velvet Cake. Anche perché se la denaturate, e la rendete più vicina ai nostri gusti, a me non fa che piacere! Lei, mica, è Sua Maestà!
Detto questo, adesso, passo alle note un po’ più serie e poi alla ricetta, che è solo un po’ lunga, ma è abbastanza semplice. 
Quando si cucina senza glutine è come cucinare kosher. Ci sono tante regole da rispettare e tanti accorgimenti da prendere. Ma qui non è lo spirito a soffrirne, ma il corpo. Tante volte i celiaci sembrano esagerati e talebani nelle loro affermazioni, ma vi assicuro che la contaminazione fa malissimo ad ognuno di noi, con conseguenze immediate di malesseri vari che vanno da fastidiosi, ma non gravi, mal di pancia, all’intossicazione alimentare, alla gastroesofagite (come l’ho avuta io, questa estate, per cui per tre mesi sono stata malissimo ogni giorno) a ricoveri per cose ancora più gravi. Dico questo non per spaventarvi, ma per farvi rendere conto che l’esagerazione che si pensa si abbia nel non contaminarsi è dettata da uno stato di malessere talmente grave, da pregiudicare anche una semplice uscita con gli amici.
Purtroppo il glutine è contenuto in alimenti insospettabili e se la normativa obbligasse tutti a mettere una bella spiga sbarrata su tutti i cibi che non lo contengono, la vita sarebbe più semplice per tutti. A tutt’oggi, questo obbligo non c’è, ma spesso volontariamente sulle confezioni si trova scritto se quell’alimento può contenere tracce di glutine. Quindi caccia alle etichette scritte bene. Quelle straniere, neanche a dirlo, sono scritte benissimo e indicano sempre se il prodotto potrebbe “contenere tracce di glutine” oppure no. Quelle italiane sono meno precise e lasciano nel limbo chi deve acquistare. Per questo esiste un’associazione (l’AIC) che si occupa di redigere un prontuario con tutti i prodotti consentiti. Ahimè, anche se si trova online, anche questo è parziale, in quanto le ditte produttrici devono pagare per essere in quel librettino, e siccome nel mercato vanno alla grande, non gli importa di una piccola fetta composta da celiaci.
I coloranti, ad esempio sono un alimento a rischio. Incredibile, ma vero. Ecco perché io spesso indico la marca che utilizzo per un dato prodotto. Anche il cacao e il cioccolato sono a rischio, così come creme già pronte, sughi, salse, liquori e perfino la salsa di soya. Ma la cosa grave è che anche le stesse farine naturalmente senza glutine (come fecola, farina di riso, maizena, farina di miglio, di quinoa, ecc.) possono essere contaminate, perché prodotte in stabilimenti che trattano anche cereali col glutine.
Con questo non vi voglio indurre a cucinare “veramente” senza glutine (nell’approfondimento vi dirò quali sono le regole auree per cucinare veramente senza glutine), se non avete un celiaco a cena, ma a prestare attenzione a queste cose e ad indicare nella vostra ricetta quali sono gli alimenti a rischio per noi, in maniera tale da dare una corretta informazione a chi leggerà il vostro post.
Detto questo, che era per me importante sottolineare, voglio raccomandarvi di preparare tantissime red velvet cake, ma se lo fate per un celiaco state attentissimi a cosa usate, perché un alimento insospettabile, potrebbe compromettere tutto.

Ultima precisazione, e poi prometto passo alla ricetta. Come ho già detto per i pici, non tutte le farine sono uguali. E soprattutto non danno lo stesso risultato. Una farina di riso a grana grossa, non vi garantirà il risultato buono e soffice di una farina di riso sottilissima tipo amido. Inoltre i mix di farine servono a garantire la giusta dose di sofficità, e il giusto equilibrio per farvi esclamare: “è uguale a quella col glutine!” In caso contrario, esattamente come asserisce Fiona Cairns nel suo libro “Torte di compleanno”, il risultato non è garantito. E non dite che non ve lo avevo detto!E dopo tutte queste “piccole” precisazioni, stremate, siamo arrivate alla ricetta!

 

Red Velvet Cake
160 gr di farina di riso sottilissima tipo amido (Le Farine Magiche Lo Conte, Pedon, Rebecchi)
60 gr di fecola (Cleca, Pedon, La Dolciaria, Sma & Auchan)
30 gr di farina di tapioca (che potete sostituire con Maizena)
1/2 cucchiaino da tè di sale
8 gr cacao amaro (Venchi, Easyglut, Pedon, Olandese
110 gr burro non salato a temperatura ambiente
300 gr di zucchero
3 uova medie (io uso quelle bio codice 0, ma non è rilevante ai fini della celiachia)
1 cucchiaino da caffè di estratto vaniglia bourbon (o i semi di una bacca, ma non usate la vanillina)
240 ml di buttermilk (ma se non lo trovate, fate inacidire per 20 minuti la stessa quantità di latte con un cucchiaio di limone)
1 cucchiaio di colorante rosso (Rebecchi e Loconte)
1 cucchiaio di aceto bianco
1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio
Pre-riscaldate il forno a 175°C.
In un recipiente mescolate le farine, il sale, il cacao. In un altro recipiente, sbattete il burro per 2-3 minuti, finché sarà soffice e poi aggiungete lo zucchero e sbattete per altri 3 minuti.
Aggiungete le uova, una alla volta, sbattendo 30 secondi dopo ogni aggiunta.
Mescolate il colorante al buttermilk e quindi versate poco per volta al composto di burro, alternando le polveri al buttermilk. Possibilmente iniziate e finite con la farina. Aggiungete anche la vaniglia e mescolate.
In una tazzina (capiente) mescolate il bicarbonato all’aceto bianco, facendo attenzione a versarlo subito nell’impasto (altrimenti ve lo troverete per tutta la cucina) e incorporatelo bene con una spatola.
Imburrate due teglie da 18/20 cm e spolverizzate con farina di riso. Fate cuocere per 40/45 minuti, o finché non vedete che è cotto (con il trucchetto dello stuzzicadenti!)
Lasciate raffreddare la torta dentro la teglia (potete usarne anche una in silicone, ma è meglio usare la  carta forno per evitare contaminazioni) per 10 minuti. Poi toglietela dalla teglia e lasciatela raffreddare, quindi fasciatela nella pellicola trasparente. Fatela riposare in frigo per diverse ore (io l’ho lasciata tutta la notte). In questa maniera sarà più facile da tagliare senza che si sbricioli e sarà più semplice mettere la farcitura. Non spaventatevi se vi sembra troppo dura, perché a temperatura ambiente tornerà morbidissima.
Questa è la ricetta base, a questa si possono aggiungere infiniti sapori. Si può conservare in frigo in un contenitore ermetico e riutilizzare quando se ne ha bisogno.

Io ho farcito con la classica 
Butter cheesecream
Ingredienti:
220 gr – formaggio cremoso tipo Philadelphia (cioè una confezione grande)
120 gr – burro morbido
140 gr – zucchero a velo (Eridania, Pedon, La Dolciaria, Sma&Auchan, Cannamela, Arpa)
1 cucchiaino di scorza di limone bio grattugiata
lamponi surgelati (ma freschi è meglio!)
codette rosa e cuoricini (Lo Conte)
Procedimento:
Sbattete bene il burro finché è cremoso. Quindi unite lo zucchero, la scorza del limone e il formaggio e sbattete per almeno 5 minuti. A questo punto potete farcire la torta. Se vi sembra troppo morbida, potete lasciarla riposare un po’ in frigo e il burro la farà compattare di nuovo. La crema va conservata in frigo, anche se a temperatura ambiente non si scioglie.
Questa è una torta abbastanza umida che non ha bisogno di essere bagnata per essere farcita, quindi si presta splendidamente alle torte in pasta di zucchero. Ma se lo scopo vostro, non è rivestirle, potete bagnare un po’ gli strati, per renderla più simile al sapore delle nostre torte.
A questo punto, farcite la torta, senza bisogno di bagnarla, io ho farcito anche con dei lamponi a pezzi, sia messi nella crema che in ogni strato interno e poi ho coperto il tutto con la crema. 
Quindi con tanta pazienza, lanciando le codeste verso la torta, cercate di appiccicarle ai bordi della torta. Spargete anche sopra e decorate con i cuoricini (per il vostro Valentino) e un lampone al centro.Servitela però a temperatura ambiente, perché è molto più buona e dura anche tre giorni se la conservate in frigorifero.Adesso non vi resta che provare la vostra personale variante!

A presto
Stefania Oliveri